Sessant’anni di Sbandieratori dei Rioni di Cori.
Un’intervista al mese per raccontarci oltre il folklore
A tu per tu con Tommaso Agnoni
Come hai iniziato?
Per caso. Come spesso capita alle cose che poi contano davvero. (Sorride) Eravamo io e Ignazio Vitelli, andavamo a scuola insieme, camminavamo per via san Nicola. A un certo punto si fermò un’auto: la guidava Giovanni [Pistilli, fondatore della scuola di bandiera a Cori e degli Sbandieratori dei Rioni di Cori nel 1966; NdR.]. Ci chiese di entrare nel gruppo degli sbandieratori. Era il ’67, ne sono abbastanza sicuro. Accettammo così, senza pensarci troppo: all’epoca chi conosceva gli sbandieratori?
Perché hai accettato?
Era allenarsi, uscire; non giocavo a calcio, non mi piaceva. Pareva un’alternativa. Poi, senza accorgertene, ti ritrovavi ai campionati nazionali, a Faenza, in mezzo a decine di nazionalità. E capivi che stava diventando altro.
Tipo?
Le ambasciate, le carte, le lettere scritte a mano. Il viaggio iniziava molto prima della partenza. La prima uscita a Lugano, ti chiedevano il documento. E lì capivi che rappresentavi Cori, non solo te stesso. Stava iniziando una grande esperienza umana, sociale, a volte politica. E non solo: il gruppo ci ha educati a organizzarci, a stare insieme, a essere uguali, noi ragazzi di estrazioni sociali diverse.

Ti ricordi qualche episodio?
Parigi, primi anni ’70. Dormivamo nel Quartiere Latino. Uscivamo dall’albergo vestiti, con tamburi, chiarine e bandiere, e prendevamo la metro. Nessuno ci guardava più di tanto. Lì capisci cos’è una città internazionale. Poi la Polonia: mentre eravamo lì, scoppiò la guerra per Cipro. C’erano gruppi greci e turchi. Gli organizzatori cercavano di tenerli separati, eppure dietro le quinte scoppiò una rissa: spade vere. Noi ci mettemmo in mezzo con le bandiere. Letteralmente. Fu un giro di pace, ma sul serio.
Hai toccato la geopolitica.
Eravamo in un’osteria nei Pirenei dei Paesi Baschi nella Spagna franchista. Un militare chiese di cantare Bella ciao. C’era Pier Luigi De Rossi, compianto, che aveva sempre la chitarra. Ce la chiedono per incastrarci? Cantiamola: che potrà accadere? Invece la cantarono con noi. Erano baschi mandati lì in punizione, in quella base militare. Capisci che il mondo è più complesso di come te lo raccontano.
Un momento di svolta.
Fare un festival nostro. Non solo andare, ma accogliere. Portammo il sindaco Romolo Palombelli a Confolens, in Francia. Un piccolo comune, un grande festival. Sembrava Sanremo. Dall’anno dopo, con il Comune di Cori e la grande apertura mentale di Romolo, iniziò il Festival della Collina.
In che senso una svolta?
Ha tolto Cori dalla provincia. Noi siamo andati fuori e poi abbiamo portato il mondo qui.
Cosa ti ha lasciato il gruppo?
Ha tolto il provincialismo nella nostra testa. Lo scambio culturale, prima riservato a poche élite, siamo riusciti a renderlo di massa: lo rivendico. Non solo spettacolo, ma anche relazione, scambio, apertura. E poi cultura. In un garage abbiamo ascoltato per la prima volta De André, Jannacci. Non era solo sbandierare: era imparare a pensare, a discutere, a decidere insieme, a cambiare. Toccare un modo libero di pensare.
Il viaggio di ieri e quello di oggi sono diversi?
Diversissimi. Prima eravamo “vergini”: andavamo in posti che non conoscevamo affatto. Il viaggio serviva a scoprire la realtà da zero. Oggi conosciamo già il mondo, grazie a internet e ai social. Ma proprio per questo oggi il viaggio è ancora più necessario: per riportare il reale dentro il virtuale.
Quindi, consiglieresti a un giovane di iniziare l’attività di sbandieratore o musico?
Sì, non solo per “girare il mondo” ma per scoprire che i luoghi e le persone non sono come appaiono, per esercitarsi democraticamente in un gruppo di pari. Per capire le persone, non le stories, per tornare a pensare, non a “seguire”. Per capire la realtà per quella che è davvero. E questo, credimi, vale ancora la pena.
Sbandieratori dei Rioni di Cori