Narrazione corretta dei casi di cronaca nera

Quando i giornalisti affrontano casi di cronaca, dovrebbero avere bene in mente cosa accade in chi legge. Casi come Garlasco, Paganelli e per ultimo il femminicidio di Anguillara con il suicidio dei genitori del reo, pressati dalla gogna mediatica, la dice lunga sull’attenzione da mettere per ogni parola. Viene immediatamente da dire che il racconto deve essere innanzitutto responsabile, sicuramente non incendiario degli stati d’animo. Punti cardine: verità, contesto e limiti.

1) Centralità della vittima, non del carnefice Il racconto dovrebbe: restituire dignità e complessità alla vittima, evitare che il colpevole diventi il protagonista narrativo, non trasformare la violenza in un arco drammatico.
2) Fatti verificati. Distinguere chiaramente fatti, ipotesi, interpretazioni, accettare il silenzio quando i dati mancano, resistere alla tentazione del “retroscena a tutti i costi”.
3) Aspetti psicologici
Solo se i protagonisti sono stati osservati de visu, si può disquisire di aspetti relazionali, culturali, sociali. Mai invece si dovrebbe: diagnosticare a distanza, trasformare il colpevole in un “caso clinico”, cercare traumi infantili come spiegazione
4) Responsabilità individuale senza contagio morale
La responsabilità è di chi agisce, non ereditaria. Evitare: l’estensione della colpa a familiari e conoscenti, la caccia ai “segnali che tutti dovevano vedere”, il sottinteso “qualcuno doveva accorgersene”.
5) Linguaggio sobrio, non spettacolare
Le parole costruiscono realtà. Niente titoli iperbolici, niente dettagli cruenti inutili, niente metafore belliche o romantiche.
6) Spazio alla complessità, non al conforto morale
Una buona narrazione non consola né offre spiegazioni facili.
7) Attenzione agli effetti collaterali
Ogni racconto produce onde: sulle famiglie, sulle comunità, su chi ha vissuto esperienze simili. Chiedersi sempre: questa informazione serve a capire o solo a colpire?

In sintesi: una narrazione corretta non indica “chi odiare”, ma “cosa comprendere per ridurre il rischio che accada ancora”.

Virginia Ciaravolo
Psicoterapeuta-Criminologa
Pres. Associazione “Mai più violenza infinita”
Consulente/Docente Polizia di Stato

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