Sessant’anni di Sbandieratori dei Rioni di Cori. Un’intervista al mese per raccontarci oltre il folklore
A tu per tu con Diletta Latini

Come hai iniziato?
Con un quasi-golpe (ridacchia).
In che senso?
Eravamo io e la mia amica Giada, ed eravamo furiose. Da bambina guardavo sfilare quelle bandiere per le strade di Cori e sognavo, ma crescendo capisci che c’era un non detto: c’erano solo ragazzi. Per cui, stavamo organizzando una raccolta firme. Volevamo forzare la mano, e dire “ci siamo anche noi”. Stavamo lì a limare i fogli della petizione quando, per una coincidenza assurda, gli Sbandieratori dei Rioni di Cori hanno mostrato sui social la presenza di ragazze! Avevamo le penne pronte per la battaglia, e invece ci siamo ritrovate a firmare l’iscrizione. È capitata così, poi tra l’iniziare e rimanere c’è sempre un percorso.
Cioè, te lo sei immaginato come prima della raccolta firme?
Sì, forse meglio. Non è scontato che in un posto dove per decenni si è parlato solo al maschile ti senta subito a casa. È stata fondamentale una figura come quella di Alberto: si è messo lì, con una pazienza infinita, a insegnarci il mestiere. Sono rimasta perché ho scoperto che la realtà era meglio dell’immaginazione. Il gruppo è diventato il mio baricentro: la maggior parte dei miei amici oggi è qui dentro. Ogni volta che facevo qualcosa per il gruppo, ricevevo una conferma di quelle sensazioni: devi restare.
Che effetto fa essere una ragazza in un luogo così tradizionale?
Ti dico una parola sola: potente. Ricordo quando per la prima volta ho partecipato alla processione in onore della Madonna del Soccorso. Non abbiamo fatto lanci: abbiamo solo camminato. Ma indossare quel costume, sfilare a testa alta davanti a tutta Cori e sentire i commenti della gente − Finalmente le ragazze! − è stata una scossa. Ti senti parte di un unicum, non un’aggiunta decorativa. È figo, non c’è altro modo per dirlo.
E invece un momento in cui ti sei sentita fuori posto?
Sì, all’inizio. La bandiera è uno strumento ingrato, non fa sconti. Richiede pazienza, ti spacca le braccia. Ci sono stati pomeriggi in cui la forza fisica non bastava e pensavo: “Non ce la farò mai, non è roba per me”. È stato bello però vedere come il gruppo sia arrivato a rimodellare tutto, gli allenamenti e persino le bandiere. È stata una rivalsa riuscire a fare tutte le coreografie in un tempo così breve.
Cosa ti ha dato, ti dà, questa esperienza?
Ormai sono tre anni. Mi ha dato la vita, nel senso più letterale. Gli sbandieratori sono stati la mia cura in un periodo personale molto buio. Mi hanno fatto vedere l’altra faccia della medaglia, quella dove la gioia vince sul dolore. Prima ero una che viveva tra casa e università, pensando di non avere tempo, chiusa nel mio guscio di studio. Il gruppo invece mi ha insegnato a gestire il tempo, a mediare nei conflitti, a stare con persone diverse da me. Oggi sono segretaria del gruppo: odio la burocrazia, ma imparare a far funzionare una macchina del genere ti forma più di mille esami.
So che ami viaggiare. Che differenza c’è tra farlo da sola e con il gruppo?
Totale. Se viaggi da sola sei una turista: sicuramente ti diverti nel senso più leggero del termine. Magari vai più nelle capitali, vedi le cose che scegli tu. Con il gruppo sei protagonista. In Belgio siamo stati ospitati dalle famiglie: mangiavi con loro, discutevi del loro sistema sanitario (studio medicina!), della loro vita, magari invece ti capita, come in Turchia, di stare in alberghi di lusso. Il viaggio di un collettivo dilata il tempo. Condividi tutto, anche l’intimità di lavarti i denti o farti la doccia con persone che frequenti principalmente agli allenamenti. Si creano legami, vicini e lontani, che non puoi spiegare a chi non li vive.
Cambierà qualcosa nella storia del gruppo con voi ragazze?
La storia è già cambiata. Spero che ne arrivino tante altre, anche perché la bellezza di un collettivo sta nella diversità. Se rimani chiuso nel passato, rischi di rendere la tradizione qualcosa di rigido, che si ripete. Noi siamo il presente che guarda avanti e che ha bene in mente il passato. E chissà, magari in un futuro non troppo lontano ci sarà una Presidente donna.