Il drone di Damocle

La tecnologia ci segue ovunque – nelle strade, negli spazi privati, nelle case – trasformando lo spazio pubblico in un cortile sorvegliato. La “spada” a distanza colpisce la moltitudine per la sua semplice esistenza

C’è un’immagine antica che attraversa la storia della filosofia politica: la spada di Damocle.
Sospesa sopra la testa del cortigiano alla corte di Dionisio, trattenuta da un fragile crine di cavallo, rappresentava la precarietà del potere e la minaccia costante che incombe su chi vive sotto il segno della forza.
Possiamo paragonare quella spada a un oggetto che sta sopra le nostre teste, che vola, osserva, può colpire?

Mi riferisco all’aeromobile a pilotaggio remoto, meglio conosciuto come drone, un oggetto tecnologico rivoluzionario da pilotare a distanza, quasi sempre molto economico, impiegato in moltissimi ambiti tra cui riprese aeree professionali e hobbistiche, ispezioni, monitoraggio ambientale, ricerca e salvataggio, eventi e spettacoli luminosi e che è diventato, ahinoi, la vera arma-simbolo della postmodernità. Nella metafora classica, la spada ammoniva il tiranno: al potere assoluto corrispondeva un’ansia assoluta. Con il drone avviene un ribaltamento: la minaccia si universalizza, non è più solo il tiranno a dover guardare in alto, ma chiunque.
La tecnologia ci segue ovunque − nelle strade, negli spazi privati, nelle case − trasformando lo spazio pubblico in un cortile sorvegliato. Se la spada di Damocle colpiva il singolo per il suo status, il drone colpisce la moltitudine per la sua semplice esistenza: basta l’idea di uno sguardo invisibile e armato per tenere sotto controllo un’intera popolazione.

Questa evoluzione impone di ripensare il rapporto tra essere umano e tecnica. Roberto Cazzanti, nel suo studio Droni, deterrenza e guerra, sottolinea come l’uso di questi dispositivi negli attuali conflitti elimini la paura della morte intrinseca al combattimento, riducendo un fondamentale deterrente psicologico e rendendo la guerra più facile e meno costosa politicamente. Allo stesso tempo, favorisce pratiche sempre più controverse anche in ambito civile, dalla sorveglianza dei migranti fino all’impiego durante il lockdown in Italia.
Mentre la spada ricordava al potente il rischio della propria vita, il drone permette al “potente” di oggi, chi impugna il telecomando a migliaia di chilometri, di colpire senza rischiare nulla, di tracciare senza alcuno scrupolo morale. La guerra diventa un’operazione remota, un videogioco, dove la deumanizzazione del nemico e la diluizione della responsabilità etica diventano la norma. Si passa dalla guerra combattuta alla guerra “amministrata”, dove persino il Diritto Internazionale appare ormai scavalcato.

Le cronache recenti confermano questa deriva. Dal 2022 a oggi, la guerra è cambiata radicalmente: i droni sono i padroni dei cieli. Siamo vicini a quel futuro di guerra robotizzata, in cui l’intelligenza artificiale (si pensi ai nuovi droni kamikaze Lancet russi, con guida autonoma) sceglierà chi uccidere basandosi su algoritmi di comportamento, i cosiddetti signature strikes.
Davanti a questa minaccia “ubiqua e letale”, l’Europa risponde con piani d’azione per uno “scudo europeo dei cieli”, confermando che la nostra nuova condizione esistenziale è quella di vivere sotto una cupola di sorveglianza e difesa permanente.
In questo scenario asettico e digitale, la letteratura e la saggistica rimangono l’ultimo baluardo dell’umano.

Potremmo essere indotti a pensare che non sia così, dopo l’uso della stessa letteratura per la nascita di Anthropic, una delle grandi compagnie di intelligenza artificiale, che ha scansionato e distrutto circa un milione di libri.
Tuttavia, a scuola, sfogliando il manuale di letteratura, ci imbattiamo nelle riflessioni di Alessandro Leogrande sulla Guerra a distanza. Scritto nel 2011, nel testo l’autore descriveva una realtà in cui la distanza tecnica diventa distanza morale, e il dolore dell’altro scompare dietro la freddezza di una coordinata satellitare.
Il senso più profondo della scuola è che uno studente possa incontrare queste parole e che la cultura non solo conservi il passato, ma offra strumenti per leggere un presente in cui la spada di Damocle continua a incombere su di noi.

Con i droni, come con le guerre, dovremo convivere. La vera sfida filosofica resta quella indicata da Cazzanti: evitare i conflitti è compito della politica, ma costruire la pace è un’opera pedagogica. Dobbiamo imparare a guardare di nuovo verso l’alto, non con la rassegnazione di chi aspetta il colpo, ma con la consapevolezza critica di chi non vuole delegare la propria coscienza a un algoritmo.
Con la consapevolezza che la responsabilità non è delle macchine ma della catena di comando, del paese oggetto dell’invio delle armi, della persona che ha autorizzato uno specifico attacco.
La responsabilità rimane umana..

Elisa Trifelli
Docente
Dott.ssa in Filosofia

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