La geometria umana dei legami invisibili
L’origine di un logo


Come ci si trova a stare dentro un punto? Si abita l’origine, quel luogo dove non c’era veramente un “prima” e ancora non si poteva presagire il “dopo”. Tra il 1962 e il 1966 avviene la gestazione silenziosa degli Sbandieratori dei Rioni di Cori, un’epifania nata nel grembo del Carosello Storico. È l’Aleph di Jorge Luis Borges: un punto di densità infinita dove coesistono, senza confondersi, tutte le piazze del mondo ancora da calpestare, racchiuse in una geometria della protezione. In questo nucleo si inventa la bandiera senza piombo, si codificano le misure, si fonda nel 1976 il Festival della Collina; è la centralità come radice necessaria. Come ci insegna Plotino nelle Enneadi, il centro è il padre del cerchio: ogni irradiazione futura dipende dalla tenuta di questo primo, densissimo punto. È il sasso lanciato nello stagno dalle mani del professor Giovanni Pistilli: dal 1966, quelle onde concentriche sono diventate il perimetro del futuro per generazioni di giovani coresi.
Ma come diceva Paul Valéry, “Un’opera d’arte non è mai finita, è solo abbandonata”. Infatti, l’arte è tradimento della stasi, per cui, si abbandona quell’equilibrio del nucleo. Il triangolo è una forma dinamica che suggerisce movimento, tensione verso l’esterno e ricerca artistica. Qui il logo non protegge più, ma fende; cerca un posto nel mondo. Energia, crescita artistica e culturale, viaggi e nuove coreografie, l’invenzione continua: la geometria del logo cerca di catturare il cangiare delle forme artistiche degli Sbandieratori dei Rioni di Cori.
Dalla tradizione puramente rinascimentale, i movimenti si fanno virtuosismo, arrivando al limite, quasi, delle possibilità tecniche di gesto della bandiera.
Il logo è un classico sunburst, letteralmente un’esplosione stellare che apre il terzo millennio.
“Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini” è una celebre citazione tratta da Song of Myself in Foglie d’erba (1855) di Walt Whitman. La storia umana è il luogo in cui gli opposti coesistono senza annullarsi, e questo periodo − complicato, sfidante, radicalmente mutato − segna il passaggio dalla forza del singolo alla molteplicità inclusiva. L’ingresso della componente femminile e l’allargamento della partecipazione trasformano l’identità in una rete di relazioni orizzontali. In questo logo siamo gocce sparse che si rincorrono, consci che il riconoscimento dell’altro è la condizione essenziale del gesto atletico. Non esiste più un cerchio gerarchico, ma vent’anni di ricostruzione della memoria in cui il senso d’appartenenza per le nuove generazioni non è più un dogma ricevuto, ma una negoziazione e una scelta quotidiana.
Infine, sorge la domanda di Annie Ernaux: come accade che il tempo che abbiamo vissuto diviene la nostra vita? Il logo del sessantesimo è la risposta plastica a questo interrogativo, agendo come sintesi totale dei tre ventenni precedenti. Lo zero del “60” assume il ruolo rivoluzionario che ha avuto nella matematica araba: quel “numero non numero” che non puoi mostrare fisicamente, ma che fonda l’intera struttura del calcolo moderno. Qui lo zero si fa vortice, una spirale che racchiude le tre tensioni precedenti in un movimento continuo che nasce dal centro e si espande senza mai rinnegare la propria natura concentrica. Il vortice è la tensione delle radici, la solidità delle foglie e il movimento del tronco; è la creatività del polline che viaggia nel vento. Non è una conclusione, ma una forza centrifuga che lancia la storia degli Sbandieratori dei Rioni di Cori oltre il proprio stesso limite
Sbandieratori dei Rioni di Cori