Oltre l’obiettivo

Lee Miller e la vendetta poetica dell’arte contro l’orrore

Monaco di Baviera, 30 aprile 1945. Mentre nel bunker di Berlino Adolf Hitler si toglie la vita, nel suo appartamento privato una donna si sta lavando nella sua vasca da bagno. Ai piedi della vasca, i suoi stivali infangano il candido tappetino con la cenere del campo di concentramento di Dachau, appena liberato. È un’immagine brutale, una macabra e poetica vendetta della vita contro l’orrore.
Quella donna è Lee Miller. Ma come ha fatto l’icona di grazia di Vogue ad arrivare lì, a lavarsi via di dosso i resti dell’Olocausto? Per comprendere la grandezza di Elizabeth “Lee” Miller, bisogna riavvolgere il nastro. Nata a New York nel 1907, divenne rapidamente una delle modelle più ricercate d’America. Eppure, a questa creatura dall’animo inquieto non bastava essere l’oggetto dello sguardo altrui: voleva essere l’occhio che guarda.

Ritratto di Lee Miller realizzata con la tecnica della solarizzazione

Nel 1929 fuggì a Parigi, irrompendo nello studio del maestro surrealista Man Ray. “Non prendo allieve”, le disse lui. “Io sono la tua nuova allieva”, rispose lei. Fu l’inizio di un amore ossessivo e di un sodalizio esplosivo, culm inato in una scoperta accidentale che cambiò la storia della fotografia. Un giorno, mentre Lee stava sviluppando delle lastre in camera oscura, sentì qualcosa strisciarle sul piede − racconterà poi che si trattava di un topo. Nel panico, accese inavvertitamente la luce, rovinando in apparenza i negativi. Man Ray si precipitò dentro e, con la prontezza dei geni, gettò le lastre nel liquido di fissaggio. Da quell’errore fatale nacque la solarizzazione. L’inversione parziale dei toni creò contorni scuri e un’aura onirica attorno ai soggetti, de finendo per sempre l’estetica visiva del movimento surrealista.

Ma Lee era una forza troppo vasta per restare all’ombra di un maestro. I suoi amori non furono mai rifugi, ma tempeste necessarie alla sua arte. Dopo la dolorosa rottura con Ray, il destino la fece scontrare con il vero Minotauro del Novecento: Pablo Picasso. Nell’estate del 1937, sotto il sole della Costa Azzurra, scoppiò una passione vorace e intellettualmente feroce. Tra loro non vi fu sotto missione: Lee lo fotografava con occhio implacabile, smontando il mito per rivelare l’uomo, e lui la dipingeva con foga (come nel celebre ritratto L’Arlésienne). Fu un amore tormentato dalla lucida consapevolezza di essere due entità inarrestabili. Si sfidarono e bruciarono, finendo per separarsi ma restando legati da un’amicizia devota.

Lee Miller e Pablo Picasso

Con la Seconda guerra mondiale, la musa divenne un’impavida corrispondente. Armata di Rolleiflex, documentò la liberazione di Parigi e l’abisso dei lager. Quegli orrori le spezzarono l’anima. Ritiratasi nel Sussex, visse combattendo i demoni dello stress post-traumatico e celando il proprio genio fino alla morte, nel 1977. Lee Miller fu la lente ribelle attraverso cui il secolo breve ha guardato in faccia i propri incubi e la propria, disperata, bellezza.

Fabio Appetito

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora