Tiziano Vecellio, l’inventore del rosso

Amor sacro e amor profano, il suo capolavoro

Quest’anno si celebrano i 450 anni dalla morte di Tiziano Vecellio, grande maestro del Rinascimento veneziano, che nasce in una famiglia di Pieve di Cadore, nelle Dolomiti, composta per generazioni da notai e magistrati; non si ha una data di nascita certa ma la più plausibile, autorevolmente argomentata da Panofsky e più di recente da Charles Hope, varia tra il 1480 e il 1485.
Ancora giovane, Tiziano si trasferisce a Venezia dove presto diverrà il pittore simbolo di questa città cosmopolita. Sarà un artista celebrato in tutta Europa, un feroce imprenditore di se stesso, padre e marito esemplare; la moglie Cecilia morirà dopo aver dato alla luce la terzogenita Lavinia.
Tiziano, artisticamente figlio del simbolismo e del colore del Giorgione, sarà istruito senza aver studiato il latino, sarà raffinato senza aver frequentato le Accademie; il suo uso del colore entrerà nella storia dell’arte.

Ecco, questo Tiziano, mai allievo del Giorgione, mai neppure “giorgionesco” e non certo per rifiuto del confronto ma perché sarà lui ad assumere il ruolo di un “nuovo Giorgione”, ne raccoglie l’eredità, l’aggiorna ad una griglia di riferimenti culturali assai più ricca e multiforme, eredita la sua fusione coloristica, ma sviluppandola in morbidezza e naturalità; eredita la sua committenza, ma incoraggiandola con più ampia disponibilità tematica e un più compiuto senso d’integrazione sociale.
Il compendio di tutto questo è il suo capolavoro: Amor sacro e amor profano, 1514-1515.
Tralasciando per motivi di spazio le diverse iconologie e le diverse interpretazioni, resta il fatto che è un quadro sul tema d’amore, che in esso è evidente il contrasto e la conciliazione di morte e vita (il sarcofago che diventa fontana) nonché il contrasto e la conciliazione delle due figure femminili.

Amor sacro e amor profano

È un quadro commissionato come funzionale allegoria di persuasione amorosa di una singolare vicenda matrimoniale. Gli sposi erano Niccolò Aurelio, esponente di una famiglia patrizia di vantate origini romane e autorevole politico, e Laura figlia di Bertuccio Bagarotto, illustre giurista padovano mandato a morte quale traditore del Consiglio dei Dieci durante la crisi del 1509, quando in quel Consiglio lo stesso Niccolò Aurelio era segretario.
Non è difficile immaginare che per sanare questo contrasto, per trasformare una memoria di morte in promessa di vita, per conciliare la sposa allo sposo ci vollero insistenze e diplomazie familiari; il quadro ci dice soltanto che ci vollero la mediazione di Amore e la persuasione di Venere.

La donna ha tutti gli attributi della dama e della sposa: le vesti bianche e vermiglie, i guanti, la cintura con la fibbia, lo scrigno, il mirto, le rose; questa connotazione è rafforzata dalla coppia di conigli che le sta accanto, augurio di prole.
Tiziano intervenne a rappresentare una storia privata, importante per quei committenti tanto quanto e forse più di una storia pubblica, con l’unico strumento possibile: un’allegoria, mirata, lucida, funzionale.
Tiziano avrà una vita lunghissima, ma sarà pronto a capire che è arrivato il suo momento quando nel 1575 la peste assedia Venezia.

Si accinge a realizzare la sua ultima opera, una Pietà in cui immortala se stesso e il figlio Orazio, un capolavoro incompiuto per un sepolcro mancato. Il quadro era stato concepito per la cappella della Crocifissione nella chiesa dei Frari dove Tiziano desiderava essere sepolto. Non riuscirà a finirlo e da lì a poco il morbo porterà via entrambi, era il 1576. Quando la peste abbandonerà Venezia, saranno morti cinquantamila veneziani, circa un terzo della popolazione.

Giorgio Chiominto
Architetto

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