Il piccolo viaggio nella Commedia di Dante. L’inferno

Riprendiamo il percorso cominciato precedentemente da Dante e da Virgilio nel I canto attraverso l‘interrogazione verso se stesso e verso la sua guida da parte del protagonista che, caduto all‘interno di un vortice di dubbi e di incertezze, inizia a mettere in comparazione la sua esperienza con quella di Enea e San Paolo, i quali sono gli unici che hanno avuto l‘opportunità di svolgere tale viaggio. Un momento di stazionamento si interpone dunque tra i poeti e il loro andare. La notte sta prendendo il posto del giorno e Dante chiede a Virgilio di rivalutare bene se può considerarlo realmente adatto a compiere questo viaggio che, come detto, è stato intrapreso soltanto da Enea, a cui Dio aveva affidato il compito di gettare il seme dell‘Impero Romano, e da San Paolo, che sempre da Dio era stato scelto come una delle basi di duffusione del Verbo (If II, 16 – 30).

Il protagonista chiede al suo maestro proprio la ragione per cui Dio avrebbe dovuto scegliere di far compiere questo cammino a un uomo che non ha lo spessore di quegli eroi che hanno dato un contributo così essernziale al mondo. Virgilio, accortosi che Dante stesse parlando in quel modo a causa della viltà (dunque della paura scaturita dalla poca fede), lo ammonisce severamente, facendogli capire che certe parole sono alimentate esclusivamente dal terrore di non essere in grado di accettare le proprie responsabilità e non dall‘effettiva impossibilità di portarle a termine, poiché Dio non ci carica mai di un peso che ci rende impossibile la vita, ma ci può chiedere delle volte un sacrificio che ci aiuti a comprendere l‘importanza delle nostre apparentemente piccole esistenze.

Dopo averlo un po‘ rimproverato per le ragioni esposte, il poeta latino lo mette al corrente del fatto che la casualità non abbia svolto alcun ruolo in questo suo viaggio, e che in realtà ogni cosa è accaduta per una ragione: Virgilio, infatti, non si trovava lì per caso al momento della fuga di Dante dalla lupa, ma che era stato inviato da colei che viene espressa nel I canto come „…anima fia a ciò più di me degna; …“ (If I, 122), ossia Beatrice, la donna di cui è sempre stato innamorato e che è morta prematuramente qualche tempo prima rispetto a quando è ambientata la Divina Commedia.

Lei andò nel Limbo dove si trovava il maestro e lo incaricò di andare al soccorso di Dante che si era perso nel buio della selva oscura, metafora del peccato. In quel momento il poeta latino partì per andare al soccorso del poeta fiorentino, ma non prima di essersi fatto spiegare la ragione per cui un‘anima tanto pura si fosse affrettata a scendere all‘Inferno. Beatrice gli aveva spiegato che, mentre si trovava con Rachele (personaggio biblico), Santa Lucia l‘aveva cercata per affidarle la sicurezza del suo protetto, affinché la Madonna, colei che aveva percepito la situazione di pericolo di Dante, stesse di nuovo in pace sapendo che il povero fiorentino fosse stato tratto in salvo.

Fu così che Virgilio, alimentato da questo nobile scopo, partì alla ricerca di Dante per far sì che il suo destino si compiesse. A questo punto parte la vera ammonizione della guida: Virgilio chiede infatti a Dante la ragione per cui si ostini a bloccarsi, perché si crei questi problemi inutili. Gli dice chiaramente che non deve avere assolutamente paura giacché ha tre donne benedette in cielo che vegliano su di lui e, in aggiunta, ha anche la promessa di Virgilio stesso che lo rassicura per quanto riguarda la riuscita del suo viaggio.

Dante si accorge di quanto siano vere e positive le parole del suo maestro, dunque si riprende e dice chiaramente che la sua fortezza di spirito è ristabilita e non teme ciò che c‘è davanti a sé, ciò che troverà dopo essersi realmente incamminato su questo sentiero che lo porterà verso il dolore e la sofferenza di quelle anime che hanno vissuto senza l‘Amore di Dio e al di fuori della sua legge. Ora che si trova in questa condizione di equilibrio con se stesso si può iniziare, per davvero, il viaggio nel primo regno dell‘Oltretomba: l‘Inferno.

Si rende necessario dire che questo II canto è il vero prologo della cantica, in quanto, oltre a riprendere il filo del discorso non dalla fine del I canto ma, bensì, dallo snodo centrale che è stato descritto, questo canto è caratterizzato dalla particolare e iniziale invocazione alle Muse, tipica delle opere classiche a cui Dante si è ispirato sia per quanto riguarda la costruzione del poema, sia per quanto riguarda lo stile linguistico, ma anche per quanto riguarda il contenuto quasi eroico che il protagonista racchiude in sé.

In questo passaggio legato alla consapevolezza della divina volontà, Dante si pone il primo vero interrogativo intrapsichico che lo pone davvero davanti alla paura, il suo principale nemico, ma non lo fa soltanto attraverso se stesso, se lo lascia propinare dal suo maestro che vede oltre le parole modeste che caratterizzano il suo discorso dedito a convincere e a convincersi di non potercela fare. La verità è che ognuno di noi ha bisogno di mettersi davanti alla ragione che ci spinge a non provare nemmeno a migliorare le proprie condizioni di degrado e di perdita della giusta via, costringendoci quindi al fallimento e a tutta una vita di rimpianti e ripensamenti. Dante ci insegna proprio questo nel II canto: la vita racchiude dentro di sé ragioni per cui essere felici e ragioni per non esserlo, ma mai ragioni per essere tristi, perché quelle ce le procuriamo noi soltanto.

Nella condizione in cui si trova il protagonista ci troviamo anche noi ogni volta che ci arrendiamo davanti al problema o, ancora peggio, ogni volta che non vogliamo affrontare il dubbio di non riuscire a superare il problema, poiché non ci ricordiamo mai che la Provvidenza ci mette davanti i soli ostacoli che siamo in grado di superare, a volte a fatica, ma sempre e soltanto quelli che riusciamo a superare, affinché possiamo comprendere quella cosa di noi che può essere migliorata.

Natalino Pistilli

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