Cinquanta anni sulla scena.
Ringrazio il direttore de “Il Corace” Emilio Magliano che mi ha proposto una rubrica sulla mia longeva attività teatrale. Ripercorrerò tutte le tappe che hanno scandito il mio impegno del teatro per ben cinquanta anni, per condividere tali vicende con chi ci ha sempre supportato, quanto meno con la presenza, e, nello stesso tempo, sperando di coinvolgere i più giovani ad interessarsi ed appassionarsi della stupenda magia del teatro.
Due parole, all’inizio, sull’importanza del dialetto, anche sulle tavole del palcoscenico: scrivo in dialetto per l’immediatezza del linguaggio e per la forza espressiva che ogni idioma dialettale ha in sé. Amo il dialetto perché radicato nel contesto della mia Terra, “l’antica Cora”. La scrittura del dialetto è frutto, non di improvvisazione o, peggio ancora, di approccio superficiale scaturito dalla consuetudine espressiva di una Comunità, bensì di un approfondito studio grammaticale della lingua.

Il nostro dialetto, come in genere tutti i dialetti italiani, deriva dal latino e come la lingua italiana, non è nato in un giorno, ma attraverso lenti mutamenti. Ancor oggi, seppur con progressivi adattamenti, il dialetto conserva la sua potenziale espressività, non solo, ma è indispensabile per recuperare il rispetto del passato e il senso di identità culturale della nostra gente. La passione per questo studio, condivisa anche da illustri personaggi, mi ha indotto ad affrontare i temi delle mie commedie nella lingua originale di Cori. Ne sono particolarmente orgoglioso, non soltanto per l’intento di difendere e tramandare nel tempo l’attualità delle nostre radici, ma anche per la possibilità di condividere, con un pubblico più eterogeneo possibile, la bellezza e la forza straordinaria del dialetto. L’intento profuso nelle mie commedie non è quello di offrire semplicemente lo spunto per momenti di allegria attraverso battute comiche, pur presenti nel contesto della commedia, bensì affrontare i temi del vivere quotidiano, entrando, così, nella sfera dei sentimenti e delle emozioni con maggiore impeto espressivo e, quindi, con una più diretta compartecipazione di quanti recepiscono tale messaggio.
L’orgoglio e la commozione dell’inizio
Era il lontano 1972 quando, nell’allora sede Acli di Piazza Ninfina, trovai dei ragazzi con l’esuberanza della loro gioventù, mista all’innata voglia di stare insieme. Da quel momento sono nate le mie prime rime coresi, le strofe cantate dentro un’ipotetica “osteria”, le prime scenette recitate, dal titolo “Tanto pe’ ride’ “.

Ecco, ridere, uno degli intenti, negli anni, che ho seguito in tutte le mie commedie dialettali, risate, però, non fini a sé stesse, ma propedeutiche ad una morale che rispecchiasse tutti gli aspetti sociali del nostro vivere comune. Nella prima “rosa” di attori troviamo, tra gli altri riconoscibili nella foto, Guido Bernardi, Gino Ricci, Augusto Del Ferraro Roberto Bernardi, Luigi Lana. A questi si aggiungerà, in seguito, l’appena tredicenne Mena Balestra. In una foto successiva, che ci ritrae sulla scalinata dell’ “acqua ‘nzurva”, si scorgono personaggi che già costituivano l’essenza della “Compagnia” di allora. Dopo i primi risultati, man mano, il Gruppo ha assunto sempre più l’aspetto di una Compagnia teatrale. Per me, che ho sempre amato ed amo il teatro, l’allora nuova costituzione del Gruppo sarebbe stato lo sbocco naturale e le basi per le innumerevoli rappresentazioni, sempre seguite ed apprezzate dal pubblico, con il nostro dialetto, che ha riscosso ampi consensi non soltanto a Cori, ma ovunque venisse proposto.
Nel tempo, tale amore per il teatro mi ha permesso, pur con notevoli difficoltà di ogni genere, di organizzare a Cori ben 23 stagioni teatrali consecutive di anno in anno, portando a recitare nel nostro Paese più di 150 Compagnie Teatrali, provenienti da più parti d’Italia. Ne parleremo man mano durante lo sviluppo di questa Rubrica.
Tonino Cicinelli