Caro lettore, il 17 maggio del 1890 il Teatro Costanzi di Roma registra il grandissimo successo di Cavalleria Rusticana, opera in un unico atto, nonché debutto assoluto del compositore livornese Pietro Mascagni.


Mascagni entra nella storia, il consenso di pubblico e critica è pressoché unanime, ma esistono anche le eccezioni che confermano la regola. E questa eccezione è Pietro Mascagni rappresentata da chi aveva ispirato lo stesso musicista toscano, vale a dire lo scrittore Giovanni Verga. La novella omonima del drammaturgo catanese era stata trasposta in musica, ma fu proprio questa scelta a far nascere una vicenda giudiziaria non molto edificante tra lo stesso Verga e Mascagni in merito ai diritti d’autore.
Che cosa è successo esattamente e di chi sono le responsabilità di quanto accaduto? Una parte della polemica si deve a Mascagni stesso, visto che peccò di leggerezza e sufficienza, dando per scontata l’autorizzazione di uno scrittore tanto famoso. Al contrario, Verga aveva il sangue caldo tipico dei siciliani e decise di intentare causa al giovane ventisettenne per plagio, una scelta agevolata da una sorta di gelosia per aver visto sfruttata una sua “creatura”, ma anche per il successo che aveva ottenuto quest’opera, nel timore di vedere dimenticata la propria versione letteraria. Tra l’altro, Verga nutriva anche qualche dubbio in merito alle virtù musicali e melodrammatiche di Cavalleria Rusticana.
C’era forse dell’antipatia tra Mascagni e Verga? Il livornese minimizzò sempre questa vicenda, preferendo ricordare quanta stima avesse dello scrittore: Io e Verga siamo sempre stati buoni amici, è questa la frase che amava ripetere, peccato che tale amicizia fosse sbilanciata. Una buona fetta di responsabilità per la polemica ce l’ha ovviamente Verga, reo di non essersi interessato più di tanto a Cavalleria Rusticana nei momenti della gestazione e di essere uscito allo scoperto soltanto dopo il grandioso debutto romano. In tale maniera, Verga dimostrò quali fossero veramente le sue intenzioni, vale a dire ottenere un risarcimento in denaro.
La questione giudiziaria durò ben tre anni e non si concluse nemmeno dopo la sentenza. Le esose richieste dello scrittore ebbero come risposta le mille lire una tantum (circa 3.500 euro attuali) offerte dall’editore Sonzogno, un compenso che Verga rifiutò seccamente e in maniera sdegnata. Nel marzo del 1891 il Tribunale di Milano si pronunciò in favore di Verga, riconoscendogli il 50% degli utili netti ricavati e da ricavarsi. Lo stesso Sonzogno cominciò a offrire cifre sempre più alte, fino ad arrivare alle 143mila lire definitive del 1893, un compenso davvero importante per l’epoca. Lo scrittore accettò, nonostante abbia affermato in vecchiaia di aver concluso il tutto dopo essere stato convinto con dolo.
Il proseguo di questa storia fu rappresentato da un’altra composizione che accentuò ulteriormente il nervosismo. Nel 1902, infatti, Verga accordò a un compositore di Genova, Domenico Monleone, la messa in musica di un’altra Cavalleria, quasi un dispetto a Mascagni e a Sonzogno: questi ultimi, infatti, si rivolsero nuovamente al Tribunale di Milano, ritenendo Verga coautore della precedente Cavalleria Rusticana e, in quanto tale, impossibilitato a fornire un’autorizzazione di quel tipo. Monleone fu dunque costretto a modificare il t itolo in La giostra dei falchi, Verga si risentì moltissimo e pretese i diritti d’autore che a suo dire non erano stati ricevuti. Insomma, una storia infinita fatta di parole, note, ricorsi e risarcimenti, ma che nulla toglie alla bellezza di entrambe le opere. Viva Verga e Viva Mascagni!
Tommaso Guernacci