La cultura, la tradizione, la conoscenza, il sapere, l’arte sono il più importante nutrimento dell’umanità: la sopravvivenza è impossibile senza la cultura così come senza il mangiare e il bere. Nasce da questi presupposti il progetto “Radici Ieri. Oggi. Domani” un contenitore di cultura, di sperimentazione e di partecipazione, di promozione di prodotti e gusti.
L’evento si è tenuto il 16 ottobre 2022 a Giulianello. Si è proposto un programma di iniziative multidisciplinari per favorire il dialogo fra le varie forme di arte che vanno dal teatro, all’artigianato f ino ad arrivare ai prodotti tipici del territorio. L’identità territoriale è molto importante perché su questa identità si basa la ricerca collett iva che si manifesta poi attraverso il nostro lavoro sia in campo culturale, come il teatro dialettale e canti popolari, che nella riscoperta di sapori antichi e lavori manuali che, se non resi vivi dalla nostra continua ricerca, andrebbero persi per sempre. La manifestazione, ideata e promossa dalle Associazioni di Giulianello e Cori in collaborazione con l’Asbuc, è stata patrocinata dal Comune di Cori. Ogni Associazione si è impegnata nella promozione del territorio, al fine di costruire una proposta culturale il più possibile integrata, omogenea e unitaria, interessante per il pubblico locale, ma anche attrattiva per i visitatori che scelgono Giulianello come propria destinazione. Lavorare in associazione significa mettere le persone al centro dei progetti importanti valorizzando le relazioni non solo tra individui, ma anche con altre associazioni così da condividere le proprie risorse con gli altri. L’incontro tra associazioni che operano sia dentro che fuori il nostro territorio favorisce lo scambio di esperienze che sono la base di un proficuo scambio umano che si trasforma in qualcosa di prezioso.
L’A.P.S. “Chi dice donna” ha messo in scena una nuova versione della rappresentazione teatrale con la quale ha esordito nel 2010. Questa piéce, si distingue in sei scene pensate e scritte dalle stesse attrici che le interpretano e diretta dal regista veliterno Wladimiro Sist. Possiamo dire che per un momento nella piazza dove si è svolto lo spettacolo, hanno risuonato voci e frasi oramai dimenticate, facendo rivivere le abitudini e i costumi del popolo di Giulianello ad inizio del secolo scorso. Tale rappresentazione, intitolata “Giuliano racconta 2” è stata fatta in dialetto “Giulianese”, proprio per mantenere viva la nostra cultura linguistica e recuperare in qualche modo vocaboli arcaici nel tentativo di tramandarli alle generazioni future.

Quale migliore location se non l’antico Borgo Medievale del paesino che rappresenta la porta di ingresso naturale ai Monti Lepini? Perché la scelta di queste scene? Perché era la vera vita vissuta con le attività di allora, viste da un occhio tutto al femminile. Infatti le donne si occupavano non solo delle faccende domestiche, ma svolgevano attività faticose come la produzione del pane, la raccolta della cicoria, la manifattura del tabacco. “Arba non arba chi ha da massà non tarda, per chi ha da i alla mola piuttosto tardi che bonora” Lo spettacolo inizia con questa filastrocca, recitata da bambine, che veniva ripetuta tutte le mattine per sollecitare le donne ad arrivare all’unico forno del paese disponibile per cuocere il pane e continua poi intonando il tipico canto delle donne di Giulianello. I canti agricoli, così come quelli della passione, cantati nelle ricorrenze Pasquali il venerdì Santo, i canti d’amore, della mietitura e della festa del raccolto, sono stati tramandati oralmente durante il lavoro nei campi e nei momenti di vita quotidiana. Ciascuno di essi contiene espressioni che sono veicolo di conoscenze, valori culturali e sociali e sono perciò parte integrante della memoria collettiva.
La prima scena è ambientata nel forno dove, come detto, le donne andavano a cuocere il pane. Si continua poi con “Le cicoriare” che erano le donne che la mattina presto andavano a raccogliere la cicoria nei campi per poi venderla, al netto del fabbisogno familiare. Att ività questa remunerativa che aiutava anche nel bilancio domestico. Arriviamo poi al tabacchificio che fu aperto a Giulianello nel 1927 su commissione di Aldo Finzi, ex segretario al Ministero degli interni nel primo governo Mussolini. La giornata lavorativa nel tabacchificio iniziava alle ore 7.30 al suono di una sirena e terminava al suono della stessa alle ore 15.30, era concessa un’ora di tempo per la pausa pranzo dalle 12 alle 13. Vi lavoravano circa 20 operai stagionali, sia donne che uomini, che a fine turno venivano controllati per tema di furti e contrabbando di tabacco. Oltre ad essi lavoravano anche un impiegato e tre guardie notturne. Quella della manifattura dei tabacchi oltre che ad essere un’idea del lavoro quasi industriale, portava le donne ad uscire dalle mura domestiche; si trattava di un sistema nuovo e “moderno” che fino ad allora non era usato in una piccola realtà come Giulianello. L’impiego delle donne nel tabacchificio è stato il teatro dei primi scambi di idee ed emozioni vissute, storie di amicizia e di solidarietà femminile.

La scena successiva rappresenta le donne che vanno a lavare i panni alla “fontanaccia”, fontanile sorgivo che alimentava due vasche, la più grande utilizzata per insaponare i panni e la più piccola per il risciacquo. Le vasche erano usate non solo da lavandaie professioniste che prestavano la loro opera alle famiglie più agiate, ma anche dalle donne del paese. La “fontanaccia”, simbolo locale della comunità Giulianese, oltre che luogo di lavoro, era anche un punto d’incontro, di divertimento, di litigi, di antipatie e di amori verso la terra e la propria gente.
Segue un simpatico aneddoto della bambina che aveva difficoltà nel camminare perché la madre ignorantemente (ed il negoziante non da meno), le aveva comprato le scarpe uguali.
Nell’ultima viene rappresentata la levatrice, tradizionale mestiere femminile, frutto di una cultura secolare, dell’esperienza diretta di donne, basato su conoscenze empiriche del corpo femminile. La Levatrice nella civiltà contadina godeva di un grande prestigio e di una grande autorità poiché aiutava a dare la vita ed era testimone del succedersi delle generazioni. Il filo conduttore di tutte queste attività aveva anche un risvolto sociale perché nonostante i tempi la donna aveva la possibilità di confrontarsi con le altre paesane e scambiare le proprie opinioni su qualsiasi argomento. Una sorta di anticipazione dei tempi per quello che poi sarebbe stata l’emancipazione della donna.
Carla Colla
Associazione, “Chi dice donna“