ʺIo sarò primo e tu sarai secondoʺ (15); queste furono le parole di Virgilio quando, all‘inizio del canto IV, dopo il risveglio di Dante dall‘improvviso svenimento accaduto alla fine del precedente canto, il protagonista si ritrovò catapultato in un luogo che non era più quello in cui era arrivato. Egli infatti, prima del lampo che causò il suo sonno e il tuono che comportò il suo risveglio, si trovava sulla riva esterna dell‘Acheronte, ma ora, senza sapere come, si era visto traslato dall‘altra parte e, sotto la guida di Virgilio stava per accedere davvero nel primo regno dell‘Oltretomba.
Dante si accorse che il volto del suo maestro era un po‘ turbato e subito gli venne da chiedere come sarebbe potuto andare avanti senza preoccupazioni se la sua stessa guida era già impaurita dalla situazione. Il poeta latino però gli fece notare che quella sensazione che scorgeva il protagonista sul suo volto non fosse paura ma, bensì, una forte sensazione di tristezza poiché le anime che erano collocate in quella zona molto scura dell‘abisso infernale chiamata Limbo non ebbero commesso alcun peccato che li avrebbe potuti condannare all‘eterna sofferenza, purtroppo però in vita non ricevettero il Battesimo e non furono portatori di fede in Dio, quindi vennero spediti in quel luogo in cui, seppure senza una pena materiale, erano costretti a soffrire della mancanza della Luce del Padre.
Il protagonista, toccato profondamente da ciò, chiese alla sua guida se mai qualcuno fosse riuscito a uscire da quel luogo e fosse stato tratto in salvo. Virgilio gli rispose che poco dopo che egli stesso si ritrovò ad abitare quel luogo (poiché anche Virgilio era stato collocato nel Limbo), Gesù Cristo scese f ino a lì per recuperare le anime di Adamo, Abele, Noè, Mosè, Abramo, Davide, Isacco, Giacobbe con i suoi figli e Rachele, aggiungendo inoltre che prima di essi nessuno mai venne tirato fuori dal Limbo e che solo la risurrezione di Gesù ha fatto sì che un tale evento potesse accadere.
Continuando il cammino tra quelle anime, i due viaggiatori si avvicinarono verso un luogo illuminato, mentre quattro di esse venivano loro incontro. Virgilio presentò a Dante l‘intero gruppo di „spiriti magni“: Omero, Orazio, Ovidio e Lucano. I quattro grandi della letteratura classica si misero in disparte con la guida del protagonista per discutere, mentre Dante cercava di capire di cosa parlassero. A un certo punto, quegli spiriti fecero un cenno di saluto al poeta fiorentino e lo invitarono ad avanzare con loro verso quella zona di luce distaccata dal resto del Limbo.
Si ritrovarono presto ad attraversare un fiume con semplicità come fosse fatto di terra e a passare attraverso sette cerchi di mura che circondavano un castello. All‘interno di esso vi era un prato nel quale Dante incontrò tutti i personaggi che fecero qualcosa di significativo per l‘umanità, ma che, a causa della non vicinanza a Dio, non potettero accedere al Paradiso. Egli scorse diversi uomini e donne di valore sia veramente esistiti, sia estratti dalla letteratura, tra i più importanti ci sono Enea, Cesare, il Saladino, Socrate, Platone, e Aristotele.
Dopo aver scambiato qualche parola ancora, la compagnia dei sei si divise e i due viaggiatori continuarono il loro cammino verso l‘oscurità che porta da quel primo cerchio verso il secondo. Questo è uno di quei canti che più di tutti posseggono un significato teologico non indifferente, infatti, alla base della vicenda qui descritta c‘è il profondo significato della fede intesa non solo come fede verso Dio, ma anche nel senso più generico del termine. Non a caso si evince chiaramente come una vita pregna fino in fondo di attitudine alla crescita sia alla fine una vita vuota senza una fede reale verso il divino. La fede in senso stretto infatti non è direttamente connessa al Dio dei cristiani, ma viene intesa come necessaria verso ciò che esiste dopo la vita mortale, la cui deve essere rivolta alla costante ricerca del divino, dunque alla ricerca di Cristo.
Natalino Pistilli