La democrazia è ancora un valore? Emilio Magliano mi ha chiamato a collaborare a questo periodico locale e io lo faccio volentieri, ma penso che lui mi voglia male. Mi fa scrivere di temi così pesanti, per i quali occorrerebbero studi e competenze appropriate, mentre io sono solo un umile avvocato di provincia, che dopo aver fatto per un po’ di tempo il sindaco, si occupa a tempo perso anche dell’orto e delle olive.
Mi chiede se secondo me la democrazia non rischi nella contemporaneità di diventare un valore negoziabile, cioè un valore relativo, non più considerato necessario, assoluto. Posta così, in termini quasi filosofici, la domanda richiederebbe competenze politologiche che io non ho. Ho qualche reminiscenza scolastica del buon vecchio liceo classico, e del famoso discorso di Pericle durante la guerra del Peloponneso ( più o meno 430 a. C), in cui diceva tra le altre cose anche queste: ”Qui ad Atene noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi, per questo viene chiamato democrazia. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le questioni private. Noi Ateniesi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia, e i cittadini che non si occupano dei pubblici affari vengono definiti inutili”.
Mi sembra di ricordare che le parole di Pericle vennero anticipate dalle riforme di Clistene, che pose alla base della democrazia ateniese il concetto di isonomia, cioè di uguale partecipazione al processo democratico da parte di tutti i cittadini, implicante non solo il diritto di votare o ricoprire cariche pubbliche, ma di partecipare all’elaborazione degli indirizzi degli organi istituzionali ateniesi. Ora è pur vero che questa Atene non fosse un modello perfetto, c’erano gli schiavi e perlopiù stranieri, ma almeno tendeva a proclamare sani principi. Nel V secolo avanti Cristo.
Anche la nostra Costituzione fa lo stesso, proclama sani principi, ma a settantacinque anni dalla sua approvazione, che cosa succede? Succede che non solo sempre meno gente si reca alle urne, ma che i partiti, vale a dire le associazioni che con metodo democratico concorrevano a determinare la politica nazionale, non lo fanno più, o lo fanno sempre meno, e che la loro vita interna non sia più caratterizzata da principi democratici, ma dal metodo della cooptazione. Così non abbiamo più discussione, quella considerata da Pericle, e che troviamo praticamente chiuse le sedi locali, soprattutto nelle periferie e nelle province del paese. E che le loro decisioni favoriscano sempre di più i pochi che ruotano attorno alle burocrazie e alle segreterie dei partiti, piuttosto che i molti, come diceva Pericle. E che coloro che vengono eletti, sempre più spesso si occupino dei pubblici affari per risolvere le loro questioni private, al contrario di quanto proclamato da Pericle. E che i cittadini, che nell’Atene classica quando non si occupavano di pubblici affari venivano ritenuti inutili, siano sempre più esclusi dalla vita pubblica dalla necessità di affrontare le loro questioni private e quotidiane, quali la marginalizzazione sociale, la disoccupazione giovanile, il precariato, la perdita del potere di acquisto dei salari, la povertà, la difficoltà di accedere agli studi e alle cure sanitarie.
E tutto questo si trasforma in disinteresse, apatia civica, disimpegno, perdita di orizzonti, futuro e speranza. In sostanza svuotamento e perdita di senso della democrazia. E se la democrazia non ha più il senso costitutivo per cui è sorta dalle origini, qualcuno può cominciare a pensare che se ne possa fare a meno, che sia inservibile, inutile. Quindi, che diventi, come ha detto il nostro Emilio, un valore non più necessario. Negoziabile. A cui qualcuno pensi di poter rinunciare. Come una vecchia sottana americana. È un guaio, un problema, come direbbe da buon napoletano il nostro Emilio. Al quale qualcuno dovrebbe porre riparo. Non penso ce la faccia il Corace, ma intanto già che gli sia venuto in mente, è qualcosa.
Tommaso Conti