Inferno V
“O tu che vieni al doloroso ospizio“ (16); Dante, ripreso il viaggio assieme a Virgilio dopo aver lasciato il castello degli spiriti magni nel finale del canto IV, si addentra nel secondo cerchio che fa parte del regno infernale.

Il passaggio dalla quieta luce della fortezza nel Limbo all‘oscurità della seconda area dell‘Inferno è caratterizzato dall‘incontro con un „guardiano“ che svolge la funzione di „giudice“, il quale ha il compito di decidere, o meglio, individuare il luogo più adatto dove spedire ogni anima dannata che è stata trasportata lì dall‘altra parte dell‘Acheronte. Il guardiano con cui i due viaggiatori avranno a che fare non è altro che Minosse, il re di Creta famoso per la leggenda del Minotauro. Ora, nell‘Oltretomba, il sovrano non ha più forma umana, ma ha assunto una forma mostruosa e, attraverso la coda che possiede, indica alle anime verso quale cerchio dirigersi per scontare la perpetua condanna; e lo fa avvinghiando la coda stessa attorno allo spirito che sta esaminando, compiendo con essa tanti giri quanti sono i cerchi che dovrà scendere il malcapitato che ha appena confessato la propria colpa.
Minosse, come Caronte, cercherà di impedire a Dante di proseguire il suo cammino insinuando il dubbio in lui rispetto la ragione della sua partenza. Virglio, però, vedendo il tentativo del terribile giudice, gli comanda di non arrabbiarsi e di non puntare al sabotaggio del cammino verso cui il poeta fiorentino è stato chiamato, poiché la volontà di Dio non può essere messa in discussione, riproponendo l‘esclamazione già rivolta al traghettatore di anime: „vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare“.
Superato Minosse, il secondo cerchio si aprì dinanzi a loro. Un vento forte scaraventava a destra e a sinistra tutte le anime che erano collocate lì. Quelli erano i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento“ (39), i lussuriosi che, essendo stati travolti in vita dalla passione, in morte ricevono una punizione che materializza tale sensazione. Tra i lamenti e le bestemmie delle anime, Virgilio indica al suo allievo il nome di qualcuna di esse. Riconobbero tra loro Semiramide, Cleopatra, Elena di Troia, Achille, Paride e Tristano; tutti condannati per la medesima colpa. L‘attenzione di Dante, però, si rivolse verso due anime che si tenevano per mano nonostante la tempesta li colpisse. Essi erano Paolo Malatesta e Francesca da Polenta.
Le due anime, chiamate dal protagonista, uscirono fuori dal turbine e su richiesta del poeta raccontarono la loro storia. Solo Francesca parlò. Lei raccontò che i due amanti erano cognati, poiché lei era sposato con Gianciotto Malatesta, fratello più grande e meno fisicamente piacevole di Paolo. Loro, mentre erano soli in una stanza del castello dove vivevano, iniziarono a leggere la storia di Re Artù e, durante la vicenda del tradimento di Ginevra con Lancillotto, i due giovani si guardarono e si baciarono. Purtroppo, però, il marito di lei li sorprese nell‘atto e, per rabbia, li trafisse entrambi con la spada. A detta della giovane, lui sarebbe stato mandato nella zona infernale dedicata a traditori dei parenti. Sentendo la sofferenza degli amanti, per la seconda volta nella storia, Dante cadde svenuto, come se avesse empatizzato il loro dolore. Così si conclude il loro passaggio nel secondo cerchio. Questo V canto, oltre a essere tra i più famosi di tutta l‘opera, offre diversi importanti spunti di riflessione ed è bene almeno soffermarsi su uno. Attraverso Minosse, per esempio, Dante ci fa capire quanto un‘anima dannata abbia vissuto la propria esistenza terrena all‘insegna del disinteresse per se stessa.
Ognuno, infatti, durante la propria vita commette degli errori, piccoli e grandi, poiché non è l‘essere perfetti che ci rende figli di un Padre, ma lo è l‘essere imperfetti e riconoscerlo, cosicché il Padre stesso possa indirizzarci verso una strada più adatta a noi e alla nostra felicità. Il sacramento della Confessione che Gesù ci ha lasciato è tutto ciò di cui abbiamo bisogno affinché la nostra anima esca dal peccato in cui spesso cade e possa tornare alla luce. Minosse, dunque, che rappresenta l‘ultimo inquisitore prima della stagnazione nella pena da scontare, offre alle anime dannate, anche alla fine, la possibiltà di capire cosa in vita avessero sbagliato. Loro, infatti, erano in errore a pensare che Dio non avesse la capacità del perdono. Questo avviene poiché si è attaccati al senso umano della difficoltà nel perdonare e nel perdonarsi, quando basterebbe solo comprendere che per il Padre il perdono è tra i primi privilegi che ha concesso ai suoi figli. Dunque, anche se ormai per chi si trovi davanti a Minosse possa essere tardi per capirlo, non dimentichiamo che il Padre ci indica ogni cosa, anche la ragione del nostro fallimento quando ci troviamo a cadere.
Natalino Pistilli