E Cesare perduto nella pioggia…

De Gregori racconta Pavese

Sicuramente almeno una volta nella vita vi sarà capitato di ascoltare Alice, canzone del 1973 composta da Francesco De Gregori e contenuta nell’album Alice non lo sa, il primo da solista del cantautore romano. L’intero album, così come la canzone stessa, inizialmente non riscosse un grande successo, tanto che Alice fu presentata a Un disco per l’estate 1973 e arrivò ultima su 54 concorrenti. All’interno del brano, più precisamente nella seconda strofa, c’è una frase emblematica e suggestiva: E Cesare perduto nella pioggia / sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina.

Ecco, vi siete mai chiesti chi è il Cesare menzionato da De Gregori? È soltanto un nome casuale, messo lì tanto per, oppure dietro quel nome c’è un personaggio ben preciso? Ai più la risposta è nota da diverso tempo: De Gregori, infatti, racconta un episodio biografico e giovanile riguardante il poeta Cesare Pavese, tragicamente morto suicida nel 1950. L’uomo, forse ragazzo all’epoca dei fatti narrati, data l’ingenuità, ci appare come un innamorato non corrisposto che aspetta per ore sotto la pioggia il suo amore: una ballerina che però tradirà la parola data, mancando all’appuntamento. La storia è rappresentativa della fiducia tradita: la delusione è talmente cocente da apparire palpabile come la pioggia scrosciante che scorre sugli abiti del giovane. Il tram di mezzanotte è partito ormai, e il ragazzo dovrà tornare a casa a piedi con l’unica compagnia della propria solitudine. De Gregori avrebbe poi rivelato che il Cesare citato nel brano sarebbe proprio Cesare Pavese, che in gioventù si innamorò perdutamente di una cantante-ballerina conosciuta al caffè-concerto La Meridiana nella galleria Natta di Torino. Pavese le diede appuntamento fuori dal caffè, ma la ballerina, dopo aver accettato, lo tradì uscendo da un ingresso secondario. Lui non si diede per vinto e rimase per ore ad aspettarla, anche quando il cielo si adombrò e cadde una pioggia scrosciante. Senza ombrello Pavese rimase lì, fermo in un’attesa tragica e disperata, infradiciandosi d’acqua. Tornò a casa dopo mezzanotte, solo e sconfitto. L’intera vicenda è raccontata da Davide Lajolo ne Il vizio assurdo, considerato il libro più autentico e intenso che sia mai stato scritto sulla vita di Pavese. Secondo quanto raccontato dallo stesso Lajolo, Pavese, a causa di quella nottata trascorsa sotto la pioggia, si prese una grave forma di pleurite che lo bloccò in casa per mesi, rischiando di fargli perdere l’anno scolastico. Agli amici disse di aver perso, insieme alle forze fisiche, anche ogni fiducia in sé stesso. Sarebbe stata, purtroppo, solo la prima di una serie di sfortunate e cocenti delusioni che l’avrebbero infine condotto al gesto più disperato, il suicidio appunto.

La canzone di De Gregori, tuttavia, forse per pietà si ferma a un passo dal dramma e ci racconta un Cesare Pavese giovane, inesperto, ma disposto a tutto per amore. Lo stesso Pavese vitale e disperato, che a sua volta della vita diceva: “Non ci capisco niente”. Di cui oggi ritroviamo traccia attraverso le sue più appassionate poesie d’amore.

Tommaso Guernacci 

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