Asor Rosa e la critica a “le magnifiche sorti e progressive”

Una riflessione sul grande intellettuale scomparso. La polemica con lo “storicismo”

La morte di Alberto Asor Rosa, avvenuta prima di Natale scorso, mi ha riportato alla memoria una fase della vita legata al periodo del liceo classico e ai viaggi quotidiani di andata e ritorno sul pullman, ai quali noi studenti lepini eravamo costretti a sottoporci per uscire dalla nostra dimensione rurale e contadina per entrare nel mondo.

Dimensione dalla quale molti di noi non sarebbero voluti uscire mai, cosicché mi parve emblematico, la prima volta che lo sentii, un verso del poeta Rodolfo Carelli, che riflettendo sulla sua vita di pendolare scrisse: fuggo ogni giorno all’andata e al ritorno. In questi viaggi sul pullman incontravo spesso un manipolo di ragazzi del liceo scient ifico Maiorana di Latina, più grandi di me, che avendo avuto la ventura di avere come insegnante di italiano Giorgio Maulucci, studiavano la letteratura italiana sui libri di Asor Rosa. Non Sapegno, non Salinari, non De Sanctis,ma Asor Rosa, scelta che all’epoca sembrava di avanguardia e innovativa. Quell’Asor Rosa, intellettuale militante del PCI, di tendenza e di cui quegli studenti mostravano apprezzamento. Nel suo libro più famoso, “Scrittori e popolo”, del 1965, Asor Rosa aveva analizzato il rapporto tra gli intellettuali borghesi e il popolo nella letteratura italiana di fine ottocento e novecento, stanando alcuni dei luoghi comuni di quella produzione culturale, riassumibili nella valorizzazione mitica del “popolo”, da un punto di vista borghese. Così facendo Asor Rosa entrava in rotta di collisione con il mito nazionale della cultura dell’epoca, su cui fondava l’egemonia culturale della sinistra italiana, lo storicismo. Vale a dire quella visione fondata sull’idealismo crociano, rielaborato da De Santis e Gramsci, che soleva individuare all’interno dei processi storici una sorta di intrinseca verità e ragione, per cui essa sarebbe stata caratterizzata da un continuo progresso verso un mondo migliore, le “magnifiche sort i e progressive” su cui cadevano i dubbi della Ginestra leopardiana. Nella visione storicistica il motore della storia era appunto questo mitologico “popolo”. Si legge tra le righe del saggio di Asor, una sorta di scetticismo anch’esso borghese, una sorta di puzza sotto il naso, verso le possibilità del popolo di farsi promotore della propria storia e della propria liberazione. Una critica verso il populismo, simile a quella che ad inizio secolo Lenin rivolse a Tolstoj, pur considerandolo il più grande scrittore dell’epoca, quando il grande romanziere affermava che nel mondo contadino russo esistesse uno spirito comunitario intrinsecamente positivo che avrebbe permesso di evitare la fase della rivoluzione borghese, consentendo al popolo russo di promuovere da sé la propria liberazione dallo sfruttamento. Il popolo quindi, secondo Asor Rosa e Lenin, avrebbe sempre bisogno di una guida: o della guida di una parte di essa che sarebbe la classe operaia, o della classe borghese che si intesta la rivoluzione in nome del popolo, o di un capo. Ed è così che nella parte terminale della sua lunga riflessione, durata oltre 50 anni, Asor Rosa passò da “Scrittori e popolo” a “Scrittori e massa”, affermando: “Il popolo nella tradizione teorico politica e anche sociologica, dell’Europa tra inizio 800 e gli anni 50 e 60 del secolo scorso è un’identità uniforme con una forte stratificazione interna che gli ha consentito di fare riferimento anche a posizioni politiche e ideologiche diverse. La massa invece è un’entità molto più indifferenziata all’interno della quale le differenze tradizionali, quelle tra le élite borghesi e intellettuali ma anche le élite proletarie e operaie, si sono enormemente attenuate, e in cui molto spesso la tendenza dominante è quella di fare riferimento a un capo, che risolve questa unità indifferenziata in una direzione che viene proposta e accettata piuttosto passivamente.” Nel passaggio da Scrittori e popolo a Scrittori e massa la diffidenza degli intellettuali di sinistra verso il popolo e verso il populismo aumenta, al pari della diffidenza del popolo verso di loro.

Tommaso Conti 

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora