Il mercato attraversa una fase di transizione che risente delle speculazioni
In 2 anni abbiamo visto: pandemia, la guerra in Europa, un’inflazione che non si vedeva da decenni. E tuttavia la ripresa cè stata e anche molto veloce. Ce lo confermano i dati ISTAT non ultimo i dati dei consumi durante il periodo natalizio. Tutte le città e località turistiche hanno fatto registrare il tutto esaurito.
Motivo per cui gli imprenditori dovrebbero essere soddisfatti e fiduciosi in questo momento. E invece non lo sono. A parte qualche sincero operatore turistico. Tutti prevedono disastri imminenti, crolli improvvisi dei consumi. Eppure il fatturato cè, le aziende vanno bene, certo non mancano timori per il futuro. L’ incertezza cè. Il futuro non è più quello di una volta. Il timore per il futuro va oltre il tipico pessimismo dell’italiano che sa solo lamentarsi. Oggi si ha più paura! Se cè una cosa sulla quale concordano tutti, dagli analisti agli imprenditori, da chi studia il mercato attraverso i numeri, a chi vive ogni giorno, è che siamo in un periodo di grande incertezza. Questo clima sembra essere una conseguenza piuttosto naturale degli eventi.
L’economia è stata sottoposta shock alternanti. Il PIl italiano ha fatto meno 9% nel 2020 e più 6,7% nel 2021. E’ la prima volta. Mai successo una cosa del genere. Nessuno aveva previsto una ripresa così rapida, neanche le grandi multinazionali. Nessuno si aspettava una ripresa così rapida che ha scatenato un picco di domanda concentrato nel tempo che ha congestionato le filiere. A questo si aggiunge il fatto che le aziende avevano smesso di fare magazzino. Si diceva di non fare magazzino perché costa. Immobilizza soldi. Cosicché con l’aumentare della domanda sono partite le speculazioni e il caroprezzi portando l’inf lazione a due cifre. Il sistema economico non era fatto per fare -9 e + 7 in così poco tempo. Come se in un mese un corpo umano passasse da meno 9 kg a piu 7 kg.
Basti pensare che per la prima volta, le criticità che il mercato si trova ad affrontare, sono causate non già dall’eccesso di offerta, ma bensì da un eccesso di domanda. E questa situazione si presta a forti speculazioni a cui solo il mercato può intervenire. Come? riducendo la domanda. Mot ivo per cui adesso le banche centrali stanno cercando di correre ai ripari continuando ad aumentare i tassi di interesse con lo scopo di “impoverire” le famiglie inducendole a ridurre i consumi per raffreddare e contenere l’inflazione. Chi aveva sulle spalle una rata di mutuo di 400 euro per portare un esempio, adesso se la ritrova a 6/700. Quindi con una disponibilità economica minore da destinare ai consumi. E cosi per tutto il resto. Questa situazione è frutto della naturale conseguenza della pandemia. La guerra centra poco, l’aumento dei prezzi si era già registrato prima dell’invasione dell’Ucraina. E allora diventa importante cercare di capire cosa di questo periodo resterà e cosa possiamo invece sperare che sia momentaneo: cosa diventerà strutturale e cosa resterà congiunturale. È necessario capire se stiamo attraversando una crisi o una rivoluzione.
La crisi si consuma piuttosto rapidamente ed è caratterizzata da: 1) un crollo repentino dell’att ività produttiva che colpisce alcuni settori più di altri, 2) un recupero abbastanza veloce; 3) il ritorno del sistema al livello pre-crisi.
C’è chi dice che le crisi sono anche utili perché espellono le parti più deboli del sistema, gli operatori con margini inferiori chiudono e il sistema riparte più solido. (Tipo morte tua vita mea, diceva maroma quando mazzeva la caglina). Come distinguere quindi una crisi da una rivoluzione? Le rivoluzioni sono invece una bestia completamente diversa. Le rivoluzioni non sono mai pranzi di gala (citando Lenin) per dire che in una rivoluzione succedono tante cose, belle o brutte a seconda di dove ci si trova, con morti e feriti, vincitori e vinti …ma non è mai semplice e non si può mai sapere in anticipo che cosa scaturirà da una rivoluzione. A differenza di una crisi, una rivoluzione colpisce tutti i settori. Nella storia dell’economia abbiamo studiato finora 3 rivoluzioni industriali: la rivoluzione del 700, che porta all’ingresso del vapore, delle macchine dei telai a vapore; la seconda è quella del 900 con le fabbriche moderne che mettono a fattor comune carbone e petrolio con le catene di montaggio, la terza rivoluzione industriale quella del dopoguerra, che ha visto la creazione del consumatore e dei bisogni indotti che è proseguita fino alla fine degli anni 90 con la creazione di “milioni di esseri unici”. L’ultima rivoluzione è quella del 4.0 dove il 4 sta per quarta rivoluzione industriale”.
Mi rifiuto di credere che ci troviamo nel mezzo di una rivoluzione. Guai se così fosse. Perché le rivoluzioni sono irreversibili. Tutti infatti abbiamo un istinto naturale a voler tornare alla nostra età dell’oro. E’ un atteggiamento che ha senso in mezzo ad una crisi. Ma ti manda a sbattere se sei in una rivoluzione. E’ come voler tornare ad avere 20 anni. Non succederà mai! Voglio invece credere di trovarci in mezzo ad una crisi momentanea e che presto passerà per ritrovarci più fort i e speranzosi di prima. Anche se l’incertezza sembra prendere sempre più il sopravvento.
Stefano Cioeta