Bruna Bianco, l’ultimo amore di Ungaretti
Sei comparsa al portone in un vestito rosso per dirmi che sei fuoco che consuma e riaccende
Nel 2017, edito per Mondadori, è stato pubblicato Lettere a Bruna, di Giuseppe Ungaretti e curato da Silvio Ramat. Il volume raccoglie ben 377 lettere che il poeta scrisse negli anni ’60 a una giovane donna, Bruna Bianco, conosciuta durante la permanenza dello scrittore in Brasile. S’incontrarono alla Ca’ d’oro, l’unico buon albergo di San Paolo, proprietari veneti. Bruna Bianco aveva 26 anni nel 1966, da dieci era in Brasile e lavorava per l’azienda vinicola del padre. Scriveva poesie un po’ scolastiche e non sapeva nulla di Giuseppe Ungaretti. Ma adorava sentir parlare italiano e aveva letto sul giornale che era un importante poeta: decise di conoscerlo, fece irruzione in albergo, fu un colpo di fulmine.
«Lo stavo aspettando nella Hall – ha raccontato la Bianco. Come entrò, non capii che cosa mi stesse accadendo. Parlammo per un’ora, mi invitò a colazione, mi chiese il numero di telefono». Allora, in Brasile, un telefono privato era ancora una costosissima rarità. L’invito fu respinto, il numero – l’unico che c’era, quello dell’ufficio – fu invece concesso, e i due si separarono. «Mi abbracciò e mi accompagnò con un lungo gesto delle mani. Tutto il mio corpo fu solcato da una lunga, intima vibrazione, da un piacere sensoriale che non avevo mai provato». Il poeta, allora settantottenne, aveva un fascino intatto, unico – e già sperimentato con altre donne. Ma questa volta fu l’uomo a imporsi. «Avevo conosciuto un uomo così totale che, pensai, avrei potuto presentarlo immediatamente a mio padre per annunciare che intendevo sposarlo. Ero turbata. Nessuno mai che mi avesse fatto vibrare così follemente al tocco di una mano». Ungaretti doveva lasciare San Paolo ma promise di tornare. Pochi giorni dopo il telefono dell’ufficio squillava imperiosamente, e di lì in poi ebbe inizio la storia narrata insieme a tante altre cose da questa lettere. Tre anni di passione con rari incontri: sei in tutto, 3 in Brasile, 3 in Italia. «Io ero come una mosca, appiccicata alla carta di un amore venuto fuori con una forza inarginabile, un amore fatto di mani, la parte più sensuale di quell’uomo».

Scrissero insieme, sognarono insieme, e alla fine pensarono al matrimonio. «Nel ’69, Ungà (così si firmava nelle lettere, perché, diceva, «Ungà (…) è il nome che mi dà chi mi vuol bene».) incaricò lo scultore Ninì Santoro di preparare le fedi, era tutto pronto perché venisse in Brasile per il mio compleanno. Dopo la cerimonia ci saremmo trasferiti in Italia». Sì, ma dove? Ungaretti abitava con la figlia e il genero, una stanzetta nel loro appartamento all’EUR, non era certo ricco, a onta della fama e della popolarità conquistata con le sue straordinarie letture televisive dell’Odissea. «L’idea di un casa a Canelli, dove la mia famiglia poteva aiutarci, mi sembrò infastidirlo, aveva un suo orgoglio». Sperava nel Nobel (ne parla diffusamente con Bruna), che non venne – probabilmente per aver firmato nel 1925 il Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile (ma questa è un’altra storia). E ci fu chi in Italia ostacolò il progetto, tanto che «qualche mia lettera sicuramente non gli è stata consegnata». Incomprensioni, silenzi. «Il mio amore per te arde sotto le ceneri» fu la dedica – preoccupante – che le scrisse sulla copia di Dialogo, il libro con le loro poesie. Per Bruna Bianco un segno che non si poteva ignorare: «Ci eravamo promessi che se il nostro amore si fosse allentato, non ci saremmo più scritti». Non sarà arretrato davanti a un passo troppo impegnativo, data la situazione? «No, era troppo grande per le piccole cose. Era un uomo: solo la seconda volta che ci siamo incontrati ho cominciato a capire che era anche un grande poeta». E dopo? «Dopo, ho dovuto ricominciare da capo, azzerare tutto. E mai più un verso». La timida poetessa innamorata diventa un grande avvocato brasiliano, crea una famiglia. In qualche modo, senza farsi condizionare da quella vasta ombra. «E sa perché? Me lo aveva già scritto lui: perché sono un soldato. Voleva che fossi felice. Lo sono stata. Ho avuto altre persone, ma mai come Ungà». Seppure quello tra Ungaretti e la Bianco fu per molti un amore “sbagliato”, per via di una differenza di età (lei 26 anni, lui 78) sicuramente di non poco conto, per entrambi i protagonisti ha significato tanto: ha saputo concedergli tutta l’ineluttabilità della vita. Una vita senza rimpianti, senza pregiudizi, senza patemi. Celebrazione di un amore insolito, manifestato pienamente a una giovane donna, diventata per Ungaretti celebrazione poetica, musa e incarnazione della giovinezza, sempre presente come una forza costante del sentimento e della poesia eternatrice che persiste oltre il tempo e oltre lo spazio, per sentirsi costantemente attaccato alla vita.
Tommaso Guernacci