Democrazia vuol dire che il potere è legittimo solo se investito dal basso, solo se è una emanazione della volontà popolare.
(G. Sartori, Democrazia. Cosa è)
E’ facilmente possibile riscontrare il fatto che il popolo coincida con l’insieme dei cittadini di uno Stato, i quali possiedono il diritto a partecipare alla vita politica e, quindi, a esprimere le loro opinioni in merito. Lo Stato risulta l’istituzione che si occupa di assecondare quei bisogni e necessità manifestati dai cittadini stessi. Attraverso l’elezione dei propri rappresentanti, i cittadini esprimono la loro volontà, il loro potere di rappresentanza, ovvero coloro che dovrebbero attuare riforme e iniziative volte al rispetto della volontà della maggioranza. Ora, in questa idea, se analizzata con cura, si riscontrano diverse problematiche. Innanzitutto bisognerebbe comprendere il significato di volontà, intrinsecamente connesso a quello di potere. Con quest’ultimo si intende essenzialmente una relazione tramite la quale un individuo convince un altro soggetto a compiere determinate azioni, le quali si conformano al volere del cittadino che ha potere. In questa prospettiva tutto il senso reale e profondo della democrazia arriva a coincidere con il concetto fondamentale di relazione fra uomini.

Conferire il diritto di voto ai cittadini è la soluzione oltre che lo strumento attraverso il quale ciascuno può esprimere la preferenza sul “chi?” può assumere attraverso la delega del voto, quel potere politico e far rispettare i diritti propri del singolo appartenente alla società. Il popolo risulta, conseguentemente, sia governato (dai politici di professione, per l’appunto), che governante, perché spetta a lui il compito di prendere una decisione che riguarda l’intera collettività. Quello che appare un diritto assume le caratteristiche di un dovere: il cittadino non deve dimenticare che il suo ruolo di attivo partecipante della società implica una forte responsabilità, che coinvolge, non solo la sfera privata, bensì l’intero ambito della collettività. Il cittadino è chiamato, infatti, a compiere una scelta volta al bene comune, al raggiungimento di una situazione di benessere e giustizia collettivi. Compito oltremodo arduo del delegato è quello dell’uso del linguaggio, ovvero l’impiego nel parlare di un lessico corretto, adeguato al ruolo, comprensivo e lineare, funzionale ed onesto. Esso in un sistema linguistico dà forma a diversi significati, (nozioni e azioni), quindi la necessità sostanziale di essere conforme alla democrazia, idoneo ad una retorica democratica. In seguito ad uno studio linguistico di qualche anno prima della scomparsa nel 2017, Tullio De Mauro, linguista, lessicografo, saggista, professore universitario ed ex ministro della Pubblica Istruzione, focalizzandosi sul rapporto degli italiani con la lingua parlata, ha tratto che il 95% di essi dichiarava di sapere l’italiano. Per quanto invece riguardava il loro rapporto con la “carta stampata” della lettura e della scrittura, il dato è stato sconcertante: il nostro rapporto con essi era rimasto invariato dal 1950. L’arrivo della televisione ha destituito la radio, avendo maggiore influenza l’impatto dell’ascolto accompagnato alla visione. Il parlare quindi è stato assimilato principalmente attraverso la televisione. “Abbiamo un cattivo rapporto con i testi scritti”; cattivissimo rapporto con i quotidiani, aggiungo. Quindi De Mauro ne deduceva, ammettendo, “non lo sappiamo con sicurezza, ma è probabile che dobbiamo proiettare il 70% di cattivo rapporto con la lettura anche sul parlato quando questo abbia qualche complessità, come necessariamente ha il parlato dell’informazione culturale, economica, politica, sociale”. L’informazione può essere fornita, gestita, “modulata” attraverso un linguaggio differente: dipende dalla fonte, dalla sua attendibilità, da ciò che vuole dire; dal contenuto del messaggio e dalla sua veridicità e coerenza; dal fruitore del messaggio stesso, a chi arriva tale informazione. In questa regola universale della comunicazione è determinante il come. Dall’inaugurazione nel 1978 di TeleMilano di Silvio Berlusconi e le tre reti Fininvest nazionali di sua proprietà, è trascorso tempo, leggi ab personam, processi ed assoluzioni, etc. A quel linguaggio spogliato di cultura ed arricchito dal “trash”, si è fatto un ulteriore balzo in avant i: la comunicazione attraverso i social. All’immediatezza dei contenuti visivi si accompagnano notizie spot, restie all’approfondimento, poveri di accuratezza e talvolta vili voci di falsità. Tale impigrimento all’informazione, alla cura della notizia, alla ricerca dell’essenza e dell’essenziale, il gioco propagandistico è agevolato come su una discesa di sapone.

Spogliare la realtà delle molteplici sfaccettature, spoglia la società delle proprie caratteristiche democratiche. Il “demos”, il popolo non è omogeneo e fortunatamente si caratterizza per le diversità che ciascun componente innesta nella società in cui entra a far parte. Soltanto accogliendo, riplasmando e rimodulando la molteplicità dei contenuti, il pensiero democratico è davvero tale, è davvero in grado di elevarsi, e la società davvero egualitaria. Nel linguaggio immediato, accade che proprio i delegati politici nostri rappresentanti, possano esser diment ichi che nel ruolo ricoperto, oltre l’immediatezza della comprensione del linguaggio comune, debba esserci l’accuratezza dell’esempio, del rispetto dell’altro e della diversità del suo pensiero. Esempio di modi e contenuti, di arricchimento e non di livellamento e sottrazione intellettuale. Proprio l’esempio è il perno educativo per le generazioni scolastiche, ma non solo. Oltre che aggressivo, povero e poco educativo, i rappresentanti, per condotta ed incapacità comunicativa democratica, continuano ad allontanarsi sempre di più dai propri deleganti. Il cosi detto “scollamento” tra politica e società non è cosa nuova, ha avuto inizio decenni fa. La curva di tale fenomeno è in fase ascendente e ci si continua ad allontanare dall’interesse alla partecipazione democratica poiché tale concetto è stato svuotato del proprio fulcro essenziale. I deleganti si sono e si sentono traditi dai propri delegati percepiti come classe esclusivista, lontana dalle masse, quasi aristocratica. E’ diffusa la percezione dell’inutilità dello strumento democratico del voto. I partiti progressisti hanno perso la capacità di comunicare ai propri elettori. Si mostrano disuniti ed incapaci di una comunicazione e collaborazione intrapartitica. Ne consegue la mancanza di fiducia e di credibilità. In questo contesto è difficile stabilire un compromesso politico, è difficile che possa esistere quell’intelligenza intellettuale di lungimiranza sociale come potevano realizzarla Aldo Moro ed Enrico Berlinguer attraverso il compromesso storico: un atto politico aulico e di grandissima capacità di linguaggio e democrazia.
“La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico”. Enrico Berlinguer
Giuliana Cenci Associazione Mariposa