Questo XI canto, da molti considerato erroneamente di transizione, è in realtà un condensato di filosofia e nella sua brevità riesce a rappresentare un ostacolo interpretativo non indifferente.
I due poeti si trovano ora “bloccati” dopo aver oltrepassato la città di Dite nel sesto cerchio e si preparano a entrare nel settimo, dal quale proviene un tremendo odore insopportabile a cui bisogna abituare il naso.
L’attesa sembra essere lunga, dunque cercano di investire il tempo in qualcosa di costruttivo.
Virgilio comincia a descrivere la struttura della restante parte dell’Inferno e spiega a Dante che ci sono altri tre cerchi da visitare per completare il tragitto in questo primo regno. Il poeta latino dice al protagonista che presto arriveranno al settimo cerchio, quello dei violenti, il quale è diviso in tre gironi che contengono rispettivamente i “violenti contro il prossimo” (tiranni, assassini…), i “violenti contro se stessi” (suicidi e scialacquatori) e i “violenti contro Dio” (bestemmiatori, sodomiti e usurai). Successivamente, superato il settimo, l’ottavo cerchio è quello che contiene diversi tipi di peccatori di frode i quali sono separati in categorie e sono ospitati in dieci zone diverse, dette “bolge”, a seconda del peccato specfico (seduttori e ruffiani, adulatori e lusingatori, simoniaci, maghi e indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia e scismatici, falsari). Infine, il nono e ultimo cerchio, detto “Cocito”, è quello che contiene i traditori; anche questo è diviso in zone, nello specifico in quattro, le quali prendono il nome da personaggi famosi di cui poi in seguito riparleremo: la “Caina” (da Caino; traditori dei parenti), l””Antenora” (da Antenore; traditori della patria o della parte politica), la “Tolomea” (da Tolomeno; traditori degli ospiti) e la “Giudecca” (da Giuda; traditori dei benefattori). Al centro di Cocito vi è Lucifero.
Sentendo la spiegazione, a Dante viene spontaneo chiedere per quale ragione i peccatori di incontinenza (lussuriosi, golosi, avari, prodighi, iracondi e accidiosi) siano collocati fuori dalla città di Dite differentemente dagli altri; Virgilio quindi lo ammonisce, spingendolo a ricordare la differenza aristotelica tra istinto e ragione, facendogli notare quanto nei primi prevalga appunto l’istinito, dunque sono da considerare peccatori “meno gravi”, mentre nei secondi il peccato è compiuto in piena consapevolezza e dunque è da vedersi “più grave”. La guida parla ancora di Aristotele attraverso i riferimenti all’Etica Nicomachea per spiegare il ruolo della ragione e, una volta dissipato ogni dubbio su questa, l’ultimo interrogativo di Dante prima di ripartire è legato alla gravità del peccato di usura. Il suo maestro gli spiega che l’usura è grave perché il mondo vive per mezzo della Natura creata da Dio e grazie al lavoro svolto dall’uomo; quando l’uomo pratica l’usura rinnega il lavoro e una delle componenti necessarie al progresso del mondo viene a mancare.
Questo canto è molto particolare, qui infatti si può notare a livello di trama una grande lentezza, ma questo ci viene in realtà svelato fin dall’inzio, quando i due viaggiatori decidono di fermarsi per abituare l’olfatto all’odore nauseabondo che deriva dai cerchi più bassi. La ragione che probabilmente spinge Dante a inserire questa pausa all’interno del viaggio ci aiuta a renderci conto del movimento che il peccato, specie nelle sue forme più gravi, fa prima che si insinui in noi. Esso infatti non è tanto un’uscita rapida e inspiegabile dalla strada che ci porta a Dio, ma è un insieme di comportamenti, pensieri e atti sbagliati che nel tempo si trasformano in vizio, perché è il vizio la trappola mortale da cui è difficile uscire. Lo sbaglio è ovviamente negativo, ma il perdurare nello sbaglio è il vero e proprio Male. Per questo Dante deve attendere, perché deve poter percepire il peccato in cui è caduto e far sì che di trovare il modo di uscirne, ricercando la luce di Dio.
Natalino Pistilli