Dalla gaffe del ministro della Cultura alle origini del Premio Strega
“Cominciarono, nell’inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l’incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione. Prendiamo tutti coraggio da questo sentirci insieme. Spero che sarà per ognuno un vivido affettuoso ricordo”. Parlava così Maria Bellon- ci nel lontano 1947 a proposito del neonato Premio Strega. Erano gli anni del dopoguerra, la voglia di rinascita era tanta, e ogni iniziativa, ogni presa di posizione sancivano il voler rialzare la testa a ogni costo. Anche il mondo culturale dell’epoca (soprattutto quello romano) non era da meno, tanto che nel secondo dopoguerra il Premio diventa un traino per la cultura italiana, logorata da oltre vent’anni di dittatura fascista e dal recente conflitto. Certo, la Bellonci mai avrebbe pensato che, diversi anni dopo la nascita della sua creatura culturale, proprio il suo rappresentante principale, ovvero il ministro della Cultura, incappasse in una gaffe degna del miglior Fantozzi. L’ultima e recente cerimonia di assegnazione del Premio Strega, tenutasi il 6 luglio scorso, ha visto trionfare Come d’aria, il romanzo della scrittrice Ada d’Adamo, morta a Roma lo scorso aprile.

Ma il libro non è stato l’unico protagonista della serata: ha dovuto competere con uno scambio di battute tra la conduttrice della cerimonia, Geppi Cucciari, e il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, che ha portato molti a gridare alla gaffe. A causa dell’incarico che ricopre, infatti, Sangiuliano faceva parte della giuria chiamata a votare i libri in concorso. Presupposto del compito è ovviamente leggerli. Ma non sembra che sia stato altrettanto scontato per il ministro: dopo aver elogiato le presentazioni dei libri, Sangiuliano ha detto: «Proverò a leggerli». Quando Cucciari ha chiesto, con sorpresa, se dunque non lo avesse già fatto, Sangiuliano ha ribattuto: «Sì, li ho letti perché ho votato, però voglio… come dire, approfondire questi volumi». Lo scambio si è concluso con una battuta da parte della conduttrice. Apprezziamo la sincerità del ministro, certo è che se fosse successo all’epoca una bella redarguita da parte della Bellonci se la sarebbe presa eccome.

Il primo annuncio del Premio Strega uscì sulla rivista culturale La Fiera letteraria (nata molti anni prima come Italia letteraria) dato proprio da Maria Bellonci il 27 febbraio 1947: «Il Premio è stato costituito col fondo di duecentomila lire messe a disposizione dai fratelli Alberti della ditta Strega (il famoso liquore che rimanda alle storie sulla stregoneria di Benevento, ndr.), ed è inutile sottolineare quanto sia bello per noi che proprio due uomini dell’industria di gusto e di cultura abbiano voluto dare il loro contributo a una iniziativa della società letteraria. Per ricambiare la cortesia, noi chiameremo questo premio “Premio letterario Strega degli Amici della domenica”». Ma chi erano gli amici della domenica? Alcuni intellettuali, tra i quali Moravia, Pratolini, Zavattini, Pasolini, Brancati, Flaiano, Gadda, Morante, Bontempelli, si incontravano nella casa di Maria e Goffredo Bellonci in viale Liegi a Roma fin dal ’44 e costituirono il primo nucleo degli amici della domenica. Il primo Premio Strega fu vinto da Ennio Flaiano con Tempo di uccidere, in cui, sullo sfondo della guerra, risaltano l’angoscia esistenziale, le paure, i gesti maldestri dell’ufficiale protagonista alle prese con eventi ineluttabili e tanto più grandi di lui. Qualcuno lo definì “fuori corrente”: la corrente cui si alludeva era quella neorealista. Importante fu la vittoria nel ’52 di Alberto Moravia con i due volumi dei Racconti che raccoglievano tutte le novelle già pubblicate: la giuria non premiava con lui solo lo scrittore che sappiamo, uno dei migliori interpreti del realismo letterario nostrano (che si fa nascere proprio con i suoi Indifferenti del ’29), ma anche la libertà di espressione dell’intellettuale: proprio in quell’anno, infatti, l’opera di Moravia era stata messa all’indice dal Santo Uffizio.

Sette anni dopo, nel 1959, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, invece, con il suo Gattopardo (da cui Luchino Visconti avrebbe tratto l’omonimo splendido film) vinse sul Pasolini di Una vita violenta. Era già chiara la svolta dell’industria editoriale: ci si avviava al boom economico e alla ricerca del bestseller. Anche il cinema, esaurita la splendida epopea neorealista dei vari De Sica, Rossellini, Risi – che aveva mitizzato la Roma povera e sofferente di borgate e periferie e quella devastata e fumante della guerra -, intraprendeva nuove strade. È proprio del 1959 l’uscita del film che rappresenterà un passaggio epocale, che chiude una fase storico-culturale riflessiva e dolorosa per indicarne una nuova: La dolce vita di Federico Fellini, con Ennio Flaiano e un non accreditato Pier Paolo Pasolini come sceneggiatori. Ma questa è un’altra storia.
Tommaso Guernacci