Questo particolare canto XIII ha inizio all‘interno di una foresta i cui alberi non sono fruttiferi, ma sono nodosi, secchi, aggrovigliati e tetri; tra l‘altro la vegetazione fa da casa alle Arpie (Aello, Ocipete e Celeno) che si occupano di sorvegliare questo secondo girone del settimo cerchio. Esse sono delle creature orrende con il corpo metà volatile e metà umano che si nutrono delle fronde delle piante sulle quali vivono.
Dante si rende conto che nella selva si avvertono dei lamenti e, parlandone a Virgilio, pensa che la sua guida creda che egli ritenga (Cred‘io ch‘ei credette ch‘io credesse [v. 25]) che le voci provengano da persone nascoste tra i cespugli, tanto che il suo maestro lo invita a rompere un rametto da uno degli alberi. Il protagonista allora compie ciò che gli è stato suggerito da Virgilio e, mentre anziché linfa vede scorrere sangue dal pezzo di ramo, una voce che viene dal tronco gli chiede come mai stia compiendo quell‘atto tremendamente doloroso. Dante spaventato getta a terra il ramo e Virgilio confida all‘albero che se il poeta fiorentino non lo avesse fatto non avrebbe mai creduto a ciò che ha davanti. La voce allora spiega che i lamenti sono di quei frondosi alberi: anime punite per
aver commesso in vita un peccato contro la vita stessa, il suicidio. Dante apprende la storia di Pier della Vigna (ossia l‘albero in questione), di come sia stato al servizio di Federico II e di come la corte dell‘imperatore per invidia lo abbia diffamato agli occhi del sovrano tanto da fargli perdere il posto che nel tempo si era guadagnato, fino al punto in cui, per disperazione, ha deciso di togliersi la vita. Dopo la sua storia, Piero racconta come le anime vengano inviate in questo posto; infatti, dopo che Minosse le indirizza al settimo cerchio, esse cadono nella selva e si tramutano in alberi, senza nemmeno poter scegliere dove stare; inoltre, le Arpie sono talmente crudeli che nutrendosi delle foglie causano ancora più dolore agli spiriti tramutati in arbusti. Infine, egli spiega che le anime che, come lui, hanno volutamente deciso di separarsi attraverso il suicidio dal corpo mortale, saranno le uniche che quando verrà il giudizio finale non riceveranno indietro il proprio corpo, ma lo vedranno soltanto appeso a un ramo dell‘albero che sono diventate.
La conversazione si interrompe per dei rumori: dei cani neri inseguono le anime di due scialacquatori le quali, pur cercando di fuggire, vengono prese e dilaniate dai morsi di quelle creature. Infine, dopo aver sentito le brevi parole di un altro spirito tramutato in albero, si conclude la permanenza nella foresta dei suicidi e termina il canto.
Ritengo che questo canto offra uno spunto di riflessione denso che ruota attorno alla figura di Pier della Vigna. La sua vita passata devotamente al servizio di Federico II si trova d‘un tratto stravolta quando viene accusato, presumibilmente, di tradimento da parte dei cortigiani che assieme a lui amministravano le questioni curiali. Tutto ciò è accaduto per invidia. Credo sia normale che una persona che si è spesa affinché potesse raggiungere determinate sicurezze nella vita possa sentirsi perduta quando determinate sicurezze vengono a mancare, soprattutto se ciò è stato causato da persone fidate. La cosa tremenda però è che tante volte ci scordiamo che l‘essere umano di natura non è un essere perfetto e non può essere confuso per ciò che va ricercato in Qualcosa o Qualcuno più infinito e completo di noi. L‘errore grande di Piero è stato proprio quello di rendere la devozione verso il suo signore un qualcosa di totalizzante, come se il senso della sua stessa vita dipendesse dal
favore del suo padrone. Noi, contrariamente, siamo liberi di principio, quantomeno a livello individualmente morale e nel senso più buono del termine, e non possiamo permetterci di rinunciare alla nostra vita a causa di qualcosa che ostacola la nostra libertà, dimenticandoci del bene che essa ci dona e della crescita che noi inseguiamo.
Natalino Pistilli