LEZIONI AMERICANE DANTE E LA PACE

Il Prof. Rino Caputo, in esclusiva per Il Corace, ci offre questo estratto dal corso tenuto alla Summer School di Middlebury University sul Sommo Poeta.

Il canto XVII del Purgatorio può essere considerato, dal punto di vista aritmetico, il canto centrale della Commedia. È uno di quei canti che non risultano nelle antologie scolastiche e che, alla maniera di certa epigonica critica estetistico-crociana, si potrebbe considerare ‘brutto’! E invece si avvia con un’immagine modernamente poeticissima: Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe t i colse nebbia per la qual vedessi non altrimenti che per pelle talpe (vv. 1-3) È poi vero che, in questo come in altri canti, Dante ‘dà i numeri’ e, cioè, lungi da ogni riduttivo gioco algebrico, assegna al numero (il ‘rythmòs’ greco, la ‘rithima’ latina), la dimensione della misura del rapporto tra grandezze (di oggetti come di soggett i). Basti, tra i tanti riscontri, l’immagine di Paradiso XIV, vv. 28-31: Quell’uno e due e tre che sempre vive E regna sempre in tre e ’n due e ‘n uno, Non circunscritto e tutto circunscrive, tre volte era cantato… Ma la sua centralità acquista un senso secondo, forse non sufficientemente riscontrato per l’innanzi, a partire dal suo verso ‘centrale’: “Beati / pacifici, che son sanz’ira mala!” (vv. 68-69). Al centro della Commedia, quindi, tra le cornici purgatoriali contrassegnate dalla progressiva catarsi e dal Discorso evangelico della Montagna, Dante pone la beatitudine ‘pacifica’. I versi centrali del canto centrale della Commedia possono essere considerati, quindi: Così disse il mio duca, e io con lui volgemmo i nostri passi ad una scala; e tosto ch’io al primo grado fui, senti’mi presso quasi un muover d’ala e ventarmi nel viso e dir: «Beati pacifici, che son sanz’ ira mala!» (vv. 64-69) E, in effetti, la pace è sentita da Dante come la condizione per esercitare il libero arbitrio e meritare, in terra, la vita eterna. Intorno al tema centrale si raccolgono, tuttavia, istanze fondamentali dell’organismo poetico del poeta pellegrino, peccatore penitente: il senso della sua peripezia ultraterrena e il riconoscimento della sua autentica identità umana (sancito nell’incontro con Beatrice nel Paradiso Terrestre); l’inserimento intenso e profondo delle vicende umane, interiori come storiche, civili e intellettuali nell’ordinamento del giudizio divino. E, insieme, mentre descrive i modi dell’esistenza, di qua e di là dell’”aiuola che ci fa tanto feroci”, Dante rappresenta i termini positivi della convivenza tra gli uomini (il diritto), basata sul patto salvifico della fede. Dopo il chiarimento di Marco Lombardo, nel precedente canto XVI, sul libero arbitrio e sulla divisione dei poteri tra i “due soli” del Papato e dell’Impero (per l’armonioso rapporto tra le diverse ma complementari finalità “e del mondo e di Deo”, vv. 107-108), e prima di quello di Virgilio, nella seconda metà del XVII, sul “triforme amor”, il cammino salvifico può riprendere nel nome della Pace, in cui sono riunite Etica e Politica. Costruire la pace “sanz’ira mala” è il fulcro umanissimo, insieme terreno e celeste, del progetto di Dante nella Commedia, un “whicheveryman” (come incisivamente lo ha definito la critica nordamericana) che parla a nome di tutti quelli che condividono il suo dramma e la sua speranza (come ha testé messo in risalto Papa Francesco, nella sua recentissima lettera enciclica “Candor Lucis Aeternae”). La pace in terra (tramite i ‘pacifici’, i costruttori di pace che hanno la giusta e benefica aggressività -“ira”-, per la loro azione, e perciò sono “sanz’ira mala”) può garantire a tutti i componenti del “genus humanum” (già individuato nella Monarchia come destinato a vivere “in tranquillitate et in pace”), di essere, nello stesso tempo, buoni cittadini e buoni cristiani. E, per dirla in modo più sbrigativamente leggero, se per i non credenti potrebbe bastare e avanzare la felicità terrena, per chi professa la fede, la convenienza sarebbe doppia! Cioè, insomma, buoni cristiani, innanzitutto, e proprio per questo, buoni cittadini. E, per chi ci crede, essere buoni cittadini ‘conviene’, perché significa anche essere buoni cristiani e meritare quindi il regno dei cieli!

Rino Caputo
Docente Emerito di Letteratura Italiana Già Preside della Facoltà di Lettere - Tor Vergata

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora