Gli amori di Giovanni Verga fra tradimenti e “corna” da Nobel
Frequentatore assiduo della vita mondana fiorentina e milanese dell’Italia post unitaria, Giovanni Verga riuscì a riscuotere consensi non solo tra gli intellettuali e i colleghi scrittori dell’epoca, ma anche tra le donne. Non era quel che si dice “l’anima della festa”, col suo carattere taciturno e schivo, ma non furono poche le signore che si contesero le sue attenzioni. Tra queste spicca l’affascinante Lina De Cristoforis, amante di Giosuè Carducci (Nobel per la letteratura nel 1906), la quale conobbe lo scrittore siciliano mentre era in viaggio di nozze e, pur di frequentarlo, fece di tutto per essere ammessa nel salotto della contessa Clara Maffei. La voce dovette arrivare fino a Bologna, perché in una lettera dell’aprile 1873 Carducci usò toni non proprio elogiativi nei confronti del rivale: “Ah stupida bestiola d’un falso barone e d’un falso cavaliere e in tutto vero imbecille uomo! E dire che tra i miei rivali… ci sarà anche questo rifiuto isolano!”, scrisse. Verga non replicò, ma in questa occasione il “vinto” non fu certo lui. Verga, che nei Malavoglia esaltò la forza della “religione del focolare domestico”, non convolò mai a nozze, nonostante la lunga relazione con la contessa Paolina Greppi Lester, iniziata nel 1880 e conclusa nel 1905. Non è chiaro quali remore impedissero al catanese di portare all’altare la bella Paolina, ma nelle cinquecento lettere che spedì dal 1893 al 1922 a Dina Castellazzi, forse, potrebbe nascondersi la risposta.

Per anni Verga inviò le stesse promesse d’amore a due donne diverse, a quanto pare senza preoccuparsi troppo di contraddirsi. “Ti amo e t i amerò per sempre” si legge in una missiva indirizzata a Paolina, ma pochi giorni dopo Verga è già al suo tavolino per scrivere: “Mi è sembrato di lasciare costì la parte migliore di me… Ti adoro, anima mia, come non ho mai adorato altra donna”, questa volta rivolto a Dina. Mancanza d’affetto? O una naturale propensione a tenere il piede in due staffe? Quando negli anni Cinquanta del secolo scorso lo scrittore modicano Raffaele Poidomani iniziò a pubblicare sulle pagine della Sicilia le lettere di Verga a Dina Castellazzi, le reazioni degli eredi del padre del Verismo non furono entusiaste: Poidomani fu querelato per diffamazione e lesione d’immagine, per poi essere assolto in Cassazione. Un’altra donna trafisse il cuore di Giovanni Verga, ma stavolta la relazione clandestina venne a galla, facendo scoppiare un putiferio. Lei si chiamava Giselda Fojanesi ed era una maestra elementare toscana che lo scrittore conobbe in un salotto fiorentino. Quando Domenico Rapisardi, poeta e amico di vecchissima data di Giovanni, se ne innamorò, la donna lo seguì a Catania, dove prese servizio in una scuola elementare, ma non fece un affare: violento e irascibile, il catanese condannò la donna a una vita infelice in una terra che le era avversa. Quando nel 1880 Giselda incontrò casualmente Verga, dopo dieci anni dall’ultimo incontro, scoppiò la passione, e lo scrittore, tra una lettera a Paolina e un’altra a Dina, trovò il tempo di dedicare le dovute attenzioni alla nuova fiamma. Finché una missiva dai toni accesi e palpitanti non finì per caso nelle mani di Rapisardi: tradito dalla moglie e dall’amico, burrascoso com’era, il poeta non ci pensò due volte a mettere la maestrina alla porta e a rispedirla da dove era venuta; e siccome a Catania era una vera celebrità, pare che i suoi concittadini, quando seppero dell’oltraggio da lui subito, organizzarono sotto casa sua una fiaccolata di solidarietà. Forse anche per questo motivo Catania non ha mai amato il suo scrittore più rappresentativo, Verga appunto, che negli ultimi anni trascorreva il tempo a casa da solo, o al massimo giocando a biliardo nel bar di quartiere.
Tommaso Guernacci