Dai termini coniati alle imprese militari: il mondo di D’Annunzio tra marketing ed eroismo
Il XXI secolo appartiene agli influencer: dalle tv ai social ogni giorno c’è qualcuno a ricordarci – come se ce ne fosse bisogno – cosa bisogna fare della nostra vita e come impiegare al meglio il nostro tempo. Battuta a parte, c’è chi influencer, ovvero un personaggio di successo, molto seguito dai media e in grado di influire sui comportamenti e sulle scelte di un determinato pubblico, lo è stato davvero: Gabriele D’Annunzio, infatti, neanche tanto tempo fa, ha saputo influenzare (e pure parecchio) l’opinione pubblica. Termini coniati e imprese militari sono stati alla base dei suoi successi, sia in campo letterario sia in quello politico e sociale.
D’Annunzio traeva ispirazione da ogni aspetto della vita, compreso il cibo, tanto che nel corso del processo di italianizzazione di quegli anni, quando anglicismi e francesismi erano vietati, sentì l’esigenza di tradurre il termine “sandwich” nell’italianissimo tramezzino. Un giorno, in un bar di Torino, esclamò: «Ci vorrebbe un altro di quei golosi tramezzini» ispirandosi al termine architettonico tramezzo. Anche il mondo dello sport deve a D’Annunzio un tributo: l’idea dello scudetto, infatti, nacque da una partita di calcio disputata dal Vate durante l’occupazione di Fiume nel 1920. Sulle maglie dei giocatori, invece dello scudo sabaudo come era in vigore, decise di applicare uno scudetto di rimando araldico con i colori della bandiera italiana. Il protagonista del «folle volo» su Vienna (9 agosto 1918) fu anche l’inventore della parola velivolo, usata per la prima volta nel romanzo Forse che sì, forse che no.

D’Annunzio ideò anche alcuni marchi molto famosi, primo fra tutti quello della Rinascente. Il nome risale al 1917, quando un grande magazzino di Milano fu distrutto dalle fiamme e per l’occasione il Vate ribattezzò quello nuovo con il termine Rinascente. Il marchio dei rinomati biscotti Saiwa nacque nel 1922 quando la piccola pasticceria genovese, denominata Società Accomandita Industria Wafer e Affini, si trasformò in una delle prime imprese europee per la produzione di dolci. D’Annunzio, che era goloso dei suoi dolci, propose di semplificare il nome con le iniziali della società, tramutandolo nell’acronimo Saiwa. D’Annunzio inventò il nome proprio Cabiria per l’eroina dell’omonimo film muto del 1914 del quale firmò la sceneggiatura, il nome proprio Ornella e lo pseudonimo della scrittrice dei romanzi rosa Amalia Liana Negretti Odescalchi, in arte Liala. D’Annunzio italianizzò anche il francesissimo cognac in arzente, derivato da “arzillo” e da “ardente”, a indicare lo stato di euforia indotto dall’ebrezza, o il calore che derivava dal bere l’alcolico. Fu sempre D’Annunzio a coniare il termine Milite ignoto, dal latino miles ignotus, cioè soldato sconosciuto.
Tra i termini più famosi coniati dal poeta ricordiamo anche l’espressione vittoria mutilata: espressione utilizzata per indicare la vittoria parziale dell’Italia, che non aveva ricevuto tutti i territori promessi dal patto di Londra, sancito nel 1915. Espressione che racchiudeva in sé il senso di sconfitta degli italiani nonostante la vittoria della guerra. Lo stesso D’Annunzio si sente in qualche modo umiliato dalla perdita di alcuni territori, e il territorio di cui parliamo è la città di Fiume (l’attuale Rijeka, in croato). Questa zona era una delle zone di rivendicazione italiana perché la popolazione che viveva lì era in maggioranza italiana. Quando i trattati di Versailles – alla fine della prima guerra mondiale – non danno Fiume all’Italia, gli italiani sentono di aver perso una città.
Ma cosa c’entra D’Annunzio in tutto questo? D’Annunzio decide di occupare la città di Fiume, cioè
si unisce a tanti altri nazionalisti, combattenti e volontari e marcia verso la città per conquistarla:
siamo nel 12 settembre del 1919. Tutto questo però è un grave problema perché sono stati violati i trattati di Versailles, e quindi mette in difficoltà da subito il governo italiano. Il Regno d’Italia non era d’accordo con questa occupazione, eppure d’Annunzio – conquistata la città – addirittura dà a Fiume
una nuova costituzione, una costituzione anche abbastanza avanzata, con caratteristiche all’avanguardia rispetto al regno d’Italia stesso: c’era la parità dei sessi, c’era la facoltà di divorziare, la libertà di culto. In questa città, tra l’altro, arrivano tantissime personalità del mondo politico e culturale per esprimere solidarietà a D’Annunzio per questa impresa, che però era illegale, perché il trattato di Versailles non prevedeva assolutamente un’occupazione italiana di quei territori. Lo stesso Mussolini – siamo nel 1919, ha appena fondato i fasci di combattimento – esprime assoluta vicinanza a D’Annunzio. Per quindici mesi la situazione rimane bloccata così: la città è occupata da D’Annunzio e dai nazionalisti italiani e il regno d’Italia ha difficoltà a intervenire.
Arriviamo a dicembre del 1920: l’Italia è costretta a togliere Fiume a D’Annunzio. In particolar modo vengono firmati dei trattati, il trattato di Rapallo, con il quale l’Italia si accordava con il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni per stabilire i confini tra i due regni una volta per tutte. Fiume viene dichiarata da questo trattato uno Stato Libero, una città stato, una città autonoma. Il problema è che c’era lì ancora D’Annunzio: il regno d’Italia, quindi, è costretto a intervenire con la forza, intervenire militarmente. Cominciano a bombardare Fiume, bombardano addirittura il palazzo del governo, si dice che lo stesso D’Annunzio sia rimasto ferito in questo scontro. E in pochi giorni, proprio nei giorni di Natale, quelli che D’Annunzio chiamerà “il natale di sangue”, Fiume viene liberata.
Tommaso Guernacci