Questo XV canto dell‘Inferno trova come centro della trama il passaggio di Dante e Virgilio per il terzo e ultimo girone del settimo cerchio, quello in cui si puniscono i violenti contro Dio. L‘ambientazione viene descritta come uno spazio separato da quello in cui cammina il protagonista in cui i violenti, in questo particolare caso coloro che sono violenti contro natura, vengono torturati da un‘incessante pioggia di fuoco.

Tra i dannati ce n‘è uno che avvista il poeta senza troppe difficoltà: Brunetto Latini; precettore di Dante quando era in vita. Il suo allievo però non lo riconosce subito poiché lo spirito carbonizzato del dannato è irriconoscibile a prima vista. Brunetto per farsi vedere afferra un lembo delle vesti di Dante e poco dopo viene da lui riconosciuto. Nel sapere il suo maestro lì, il poeta fiorentino si vuole fermare per parlare con lui, ma egli gli intima di non farlo perché se solo un dannato di quella schiera smettesse di muoversi sarebbe condannato a stare cent‘anni fermo a subire la pioggia infuocata senza potersi dimenare o spostare, per cui i due decidono di percorrere un pezzo di strada assieme per avere modo di potersi ascoltare l‘un l‘altro.
Dopo un dialogo in cui allievo e precettore si scambiano informazioni e curiosità, durante il quale quest‘ultimo condanna Firenze per essersi abbandonata al più grave stato di peccato e incoraggia Dante a continuare il suo cammino, sia quello che sta svolgendo, quasi fisicamente, con Virgilio sia quello intimamente personale, il maestro pronuncia una serie di nomi di personaggi che sono assieme a lui in quel luogo, specificando che in questo girone dedicato ai sodomiti sono presenti chierici e letterati di grande fama come Prisciano, Francesco d‘Accorso e Andrea dei Mozzi.
Alla fine, prima di congedarsi, il dannato chiede al suo vecchio allievo di fare in modo che la memoria sua e della sua opera, il “Trésor”, siano mantenute e che non vengano disperse nell‘oblio al quale ogni peccatore è destinato. Molto particolare in questo canto è il passaggio in cui Brunetto afferra le vesti di Dante per far sì che egli lo veda. Questo atto, a livello puramente concettuale, si accosta molto a quello avvenuto nell‘episodio evangelico: “Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.“ (Mc 5, 25-29). In questo caso si vede come Gesù, circondato dalla folla, venne raggiunto dalla mano di questa donna da diverso tempo malata che però a toccare il corpo, ma bensì afferrò le vesti di Dio incarnato, e solo quello bastò per farla guarire dai dolori e dalla malattia che da anni la facevano soffrire, in più dopo aver ammesso di essere stata lei a compiere quel gesto quando Gesù chiese alla folla chi fosse stato, egli per tutta risposta le disse: „«Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va‘ in pace e sii guarita dal tuo male».“ (Mc 5, 34).
In stretta comparazione, Brunetto compie lo stesso gesto di quella donna: egli prende per le vesti Dante, poiché è l‘unico modo che ha per attirare la sua attenzione, per poter alla fine di un discorso chiedergli di tenere salva la memoria di sé e del suo Tesoro (la guarigione), le uniche cose che gli sono rimaste del mondo terreno che lo legano ancora all‘umanità e gli risparmiano l‘oblio provenuto dal peccato del quale si è macchiato e dal quale non è mai stato in grado di staccarsi (la malattia).