Riprendendo il cammino ancora nel terzo girone del settimo cerchio, vediamo Dante, in questo XVI canto, che sta per addentrarsi in un‘altra zona dell‘Inferno. Prima però fa la conoscenza degli ultimi dannati che vedrà di questa schiera: Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Iacopo Rusticucci. Costoro sono stati in vita tutti suoi concittadini e il protagonista li riconosce quasi da subito in virtù della loro fama a livello specialmente politico. I tre dannati richiamano l‘attenzione di Dante per potergli chiedere in che condizioni fosse caduta la loro amata Firenze, poiché un altro personaggio assegnato assieme a loro nel girone dei dannati per sodomia, a noi particolarmente noto attraverso l‘ottava novella della I giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio, chiamato Guiglielmo Borsiere, ma arrivato lì dopo di loro, ha raccontato ai tre fiorentini che
la bontà e la purezza della città toscana sono totalmente scomparse a causa dell‘ignoranza e della cattiveria che
dilagano. Purtroppo il poeta conferma ai tre amici quanto
detto dal loro compagno…
Dopo aver brevemente conversato, i tre fiorentini, come ultimo desiderio, chiedono al protagonista di non dimenticare questo incontro avuto con loro, ma che possa anzi continuare a parlare delle imprese da essi compiute al resto del mondo, cosicché la memoria delle loro gesta possa non scomparire mai. Assieme a Virgilio riprende il cammino verso il limite estremo di questo settimo cerchio, dove sta per abbandonare i violenti e sta per incontrare i fraudolenti. Davanti a loro si presenta una voragine dalla quale proviene il suono dell‘acqua che scorre tra le rocce, qui Dante, sciogliendola da attorno alla vita, prende una corda che il suo maestro getterà giù nel burrone senza spiegare al suo allievo il perché di tale gesto. Dopo un breve tempo pieno di dubbi e di incertezze, il poeta vede salire da questo profondissimo buco una sagoma scura che avrebbe creato stupore e paura in chiunque. Nel prossimo canto se ne riparlerà…

In particolare, per questo canto mi piacerebbe soffermarmi sul gesto abbastanza strano che Virgilio compie quando si fa dare dal suo allievo la corda che quest‘ultimo descrive come quella che avrebbe voluto utilizzare, se fosse stato necessario, per catturare la lonza di cui si è fatta la conoscenza nel I canto. Questo gesto, infatti, potrebbe essere tradotto attraverso due punti di vista differenti. Da un punto di vista negativo, si potrebbe quasi pensare che il gesto di togliersi di dosso questa corda con
cui avrebbe agguantato il peccato sotto forma di lonza verrebbe a rappresentare il totale disarmo che da quel momento apparterrebbe al protagonista davanti ai peccati che verranno a manifestarsi e, contemporaneamente, una disumanizzazione data dalla perdita di materia (rappresentata dalla corda) che è in comune anche con Virgilio, spirito magno dannato. D‘altra parte, la cosa potrebbe essere vista
con accezione positiva, nella quale si verrebbe a credere che il liberarsi dalla corda preparerebbe il poeta ad accogliere il giunco di cui verrà cinto nel I canto del Purgatorio sempre da parte dello stesso Virgilio, il quale ora lo ha spinto a liberarsi della corda stessa. In questo caso si parlerebbe di “preparazione” all‘inizio della purificazione vera, che appunto è uno dei temi portanti a livello allegorico che il poema possiede. L‘interpretazione è molto complessa, come già in altri passaggi si è visto e si vedrà, ma il senso del nome “Commedia” lo ritroviamo nel fatto che, indipendentemente dalla tragica situazione iniziale, il finale prevede comunque la positività e il bene.
Natalino Pistilli