L’italiano scritto è avaro di accenti, infatti si scrivono solo gli accenti tonici – cioè quelli che danno “ritmo” alla parola – acuto (́ ) e grave ( ̀ ) sulle parole tronche, quelle accentate sull’ultima sillaba: perché, però, sí, trentatré… E nessun altro. Nella lingua manoscritta i due accenti collassano generalmente in un indefinibile accento “a corna” ( ˘ ), il quale però esiste davvero: è un segno diacritico che indica le vocali brevi e si chiama, appunto, breve. Un segno diacritico è una lettera che non corrisponde a un suono ma indica l’esatta pronuncia di un’altra lettera o gruppo di lettere a cui il segno è abbinato. Nei libri della casa editrice Einaudi vediamo anche l’accento circonflesso, usato laddove una i finale andrebbe raddoppiata: un’ode → tante odi, l’odio → gli odii → gli odî. Tra poco vedremo un altro segno diacritico che usiamo senza saperlo.
Il lungo addio
Giacomino torna a casa dopo un pomeriggio di gioco, ma è stranamente arrabbiato e avvilito. Il papà gli chiede perché, invece di essere contento e soddisfatto, è cosí corrucciato.
- Eh, Gigi mi ha detto che si devono trasferire.
- Eh, purtroppo lo sapevo.
- Non mi ha detto niente fino all’ultimo, e oggi mi ha salutato tutto nervoso ed è scappato via. Non mi ha dato un addio. Mi ha dato un addiaccio
Nel fare il falso alterato addiaccio, ho giocato su una proprietà chiamata omografia: due parole di diverso significato che si scrivono allo stesso modo ma si pronunciano diversamente si dicono omografe. Se la pronuncia è uguale, si dicono omofone. Credo di poter scommettere sul fatto che molte di voi hanno pensato alla piú comune delle parole omografe: pèsca (il frutto), pésca (l’atto di pescare). La parola esistente si pronuncia addiàccio, con l’accento sulla seconda a; in questo caso, il gruppo ia è un dittongo, cioè una coppia di vocali – una accentata e l’altra “a rimorchio” – nella stessa sillaba, quindi la parola si sillaba ad-diac-cio (un dittongo non si divide). Il falso alterato inesistente si pronuncia addïaccio, quindi con l’accento sulla prima i e l’ipotetica sillabazione sarebbe ad-di-ac-cio. I due puntini sulla i sono un diacritico chiamato dieresi la cui presenza indica che quella coppia di vocali non è un dittongo. Non siamo solɜ. Il russo ha le lettere e (pronunciato jé, esattamente come il termine corese che significa io) e ë (pronunciato jò, con la o aperta rispetto sia al termine corese che potremmo tradurre liberamente come “toh”, “ma guarda”, sia all’articolo determinativo corese che sta per “lo”). Tranne che a scuola, le due lettere si scrivono entrambe senza diacritici e bisogna sapere a memoria quale parola contiene quale lettera per la pronuncia corretta, tantopiú che nel russo ci sono le riduzioni vocaliche su alcune vocali atone, e ë è l’unica vocale sempre tonica. È il fenomeno per cui una parola piena di o come хорошо (bene) si pronuncia all’incirca harašó (un altro diacritico!), con
l’h aspirata. Noi conosciamo la riduzione vocalica come apofonia e la usiamo sia nella lingua (vèngo → vénni) sia nel dialetto (j’òmmene → j’ómmini).
Arriviamo ai significati: addio, senza alterati, è un sostantivo e un’interiezione, una forma di saluto che indica un congedo definitivo. Anche il sostantivo ha il significato di saluto, commiato, distacco. Addiaccio, derivante dal latino adiacēre, giacere accanto, indica uno spazio recintato dove il gregge è tenuto la notte allo scoperto, oppure è lo stazionamento di truppe, animali, mezzi o materiali all’aperto e allo scoperto. Infine, nel linguaggio venatorio è un piccolo avvallamento di terreno, magari appartato, dove la lepre riposa durante il giorno.
Gianluca Pignalberi