Gli italiani sono sempre stati insensibili all’etica pubblica. Poco o niente rispettosi delle Istituzioni. Questo è il paese dove è nato “l’uomo qualunque”. Anche la sinistra ha dimenticato la “questione morale” di Berlinguer
Il direttore de “Il Corace” (mi sembra di starlo a vedere seduto al caffè con la testa in aria e la nuvoletta dei pensieri, dopo un’intensa immersione con gli occhi sul telefonino), sostiene che gli italiani, superata la fase della questione morale senza averla mai affrontata, nel senso che non gli è passata “ manco p’ ‘a capa”, come direbbe lui da buon napoletano, sono in piena “questione immorale”, indifferenti ad ogni scandalo poiché i problemi sono sempre altri, privi di senso delle istituzioni, di cui non avrebbero fiducia. Senonché non mi sembra, caro Direttore, che questa sia una cosa nuova per noi. Nel senso che, se scorro con la memoria la storia della penisola, una d’ arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor, ma nazione da appena centosessanta anni, questi tratti peculiari dell’indifferenza, dell’apatia politica, del cinismo, li ritroviamo spesso.
Nel cinquecento fiorentino, patria della teoria politica, scorgiamo l’elaborazione di un pensiero “ particolare” del Guicciardini, in cui il saggio è considerato colui che cura il proprio interesse nel senso di realizzazione della propria capacità di agire in favore di se stesso, e se ci rimane qualcosa, anche a favore dello stato. Nella prima metà dell’Ottocento, Leopardi, il “giovane favoloso”, uscito dallo studio matto e disperatissimo della sua casa di Recanati, proietta lo sguardo sull’Italia e scrive il “ Discorso sopra lo stato presente del costume degli italiani”, in cui si duole della mancanza di una opinione borghese che orienti la vita pubblica italiana, in cui manca un fondamento morale dell’azione pubblica.
Ad un certo punto del suo compendioso pamphlet dice: “Gli usi e costumi in Italia si riducono generalmente a questo, che ciascuno segue l’uso e il costume proprio, quale che egli sia”. E pensa addirittura, caro Diretto re, che nel momento più euforico della nostra storia, quello della ricostruzione post bellica, mentre tutti si agitano per tentare di reagire alla tragedia della guerra, nasce il movimento dell’“Uomo Qualunque”, da cui il termine qualunquismo, termine iconico (a proposito vuoi scrivere un articolo senza citare manco una volta la parola iconico?), il cui Uomo Qualunque, stufo di tutto, ha un solo ardente desiderio, cioè che nessuno gli rompa le scatole. Pensa un po’, dopo venti anni di dittatura e dopo cento milioni di morti, all’ uomo qualunque italiano nessuno gli devo rompere le scatole. In una nazione seria lo avrebbero gettato dalla rupe Tarpea, invece in Italia ebbe un certo successo.
Questo per dire, caro Direttore, che adesso viviamo in una fase così, in cui gli italiani sono ricaduti nel proprio “ particolare”, nel cinismo del tempo presente e nel qualunquismo. E sai chi ce li ha condotti? La politica. Quella che ha rifiutato di porsi il problema della questione morale, posta da quel grande anti italiano di Berlinguer, che compì però un errore di valutazione nel pensare che i suoi fossero diversi, mentre si rivelarono in gran parte uguali agli altri. Che ha preferito camarille e clientele ad una visione comune, che governa con il meccanismo del favore. In tutto questo, la nostra sinistra si è adagiata allo stato presente del costume degli italiani, che ciascuno segue l’uso e il costume proprio.
Un saluto, caro Direttore, tira a campà.
Tommaso Conti