Caron non ti crucciare

Tra le figure più emblematiche di tutta la Divina Commedia troviamo il demone Caronte, il nocchiero
infernale che si occupa di trasportare su una barca le anime destinate alla dannazione eterna attraverso l‘Acheronte, primo dei fiumi che Dante incontra nel suo cammino. Quel corso d‘acqua, infatti, segna il confine evidente del regno infernale dal quale non si può più uscire una volta esservi entrati, proprio come il protagonista e Virgilio, la sua guida, hanno appreso attraverso la scritta sulla porta oscura incontrata poco prima di essere giunti al cospetto del traghettatore: „Per me si va ne la città dolente, / per me si va ne l‘etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente… / Lasciate ogne speranza, voi ch‘intrate“ (If III, vv. 1-3, 9).

Questo personaggio così affascinante per il ruolo che ricopre ha un compito essenziale, cioè di consentire a tutti coloro che hanno meritato la sofferenza eterna di entrare nel luogo apposito, ma di conseguenza ha anche il dovere di tenere fuori coloro che meritano la salvezza o che, semplicemente, non sono ancora arrivati al momento di dover essere smistati in uno dei regni dell‘Oltretomba, poiché non sono giunti alla fine della loro vita terrena. Proprio in relazione a queste ragioni, al protagonista è stato inizialmente vietato dal guardiano di accedere all‘Inferno in virtù del fatto di essere ancora ben distante dalla morte, ma anche perché, in base a quanto il Dante autore (che è differente dal Dante personaggio per il fatto di essere “esterno” rispetto all‘opera in quanto artefice di essa, il cui lavoro tra l‘altro viene sinergicamente quasi mescolato molte volte con la funzione narrativa, a cui però subentra un‘altra definizione precisa seppur con una labile differenza dalla precedente; mentre il secondo è interno poiché è immerso in prima persona nella trama ed è riscontrabile in tutto lo sviluppo della vicenda) fa dire al nocchiero infernale, il poeta fiorentino non è destinato alla dannazione, ma è un‘altra la barca, quella che conduce al Purgatorio (Pg II), sulla quale dovrà salire quando arriverà il suo momento: „Per altra via, per altri porti / verrai a piaggia, non qui, per passare: / più lieve legno convien che ti porti“ (If III, vv. 91-93).

Per definire meglio questo personaggio dalle radici classiche a livello di trama dell‘opera, vediamo come i due poeti siano giunti fino a lui. Dopo aver superato l‘Antinferno e aver visto le anime di coloro che non hanno mai preso una decisione seria nella vita (gli ignavi), tra cui erano presenti anche gli angeli che durante la ribellione di Lucifero hanno scelto di rimanere neutrali e non combattere né per il bene né per il male, scorsero da una certa distanza verso la direzione che stavano seguendo una fila di anime che, pur lamentandosi, autonoma mente e con naturalezza si apprestavano a salire sull‘imbarcazione di quello che Dante dopo qualche istante, grazie a Virgilio, avrebbe scoperto essere Caronte. La creatura si presentava con sembianze umane, una lunga barba bianca e occhi di fuoco. Gridava e colpiva le anime con il remo della sua barca per mantenere l‘ordine e intimava loro di abbandonare la speranza di vedere la luce, perché mai sarebbe stata loro mostrata (la luce, infatti, è segno di salvezza). Un particolarissimo momento si ha quando, dopo che il barcaiolo impedisce al poeta fiorentino di passare il fiume, Virgilio recita la celebre terzina: „Caron, non ti crucciare: / vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non di mandare“ (If III, vv. 94-96). In quel momento, seppure Caronte fosse disposto a far passare il fiorentino dopo avere inteso che quel transito si trovasse conforme alla volontà di Dio, non ne fu poi così entusiasta, ma accadde che il protagonista svenne e si risvegliò nel canto successivo al di là del fiume, lasciando al lettore il misterioso dubbio su chi davvero lo avesse portato oltre l‘Acheronte, senza svilire totalmente la figura del demone, annullando il significato del suo compito.

Natalino Pistilli

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