Il mio teatro

Intervista a Tito Vittori, attore, autore e regista: “io non ho un metodo. Procedo per emozioni che devono essere trasmesse sia che si tratti di teatro drammatico che comico”

Tito Vittori, autore e regista teatrale che recentemente al Teatro Pistilli di Cori ha messo in scena la rappresentazione “E se finé jo munno”, un intenso ed emozionante allestimento per ricordare gli ottant’anni del bombardamento americano su Cori. Lo abbiamo incontrato per una riflessione più ampia sul suo teatro, ma anche sullo stato dell’arte in genere.

Come è inserito, e soprattutto come viene percepito, oggi il teatro nell’ambito della cultura?
A livello della gente comune, del pubblico, il teatro per fortuna è ancora recepito bene. C’è ancora una richiesta di vivere un’esperienza che ha una sua peculiarità, che è quella di mettere il pubblico a diretto contatto con l’attore, a diretto contatto con l’opera teatrale, e quindi di vivere dal vivo – rendendo la cosa irripetibile – un’esperienza culturale. Purtroppo il teatro, non essendo una cosa che produce ricchezza, a differenza del cinema o a differenza delle altre forme di intrattenimento, è poco vendibile, nel senso che sia con il cinema sia con la televisione – non parliamo poi dei social – tra pubblicità o possibilità di riproduzione, c’è tutta un’industria ormai che delle volte guadagna più del film in sé. Il teatro tutto questo non lo produce, e anche in questo è unico: vai lì, vivi quell’esperienza dal vivo e torni a casa con un arricchimento interiore.

Nel recente spettacolo E se finé jo munno hai trasmesso un’incredibile emozione collettiva: quanto è stato difficile e come sei riuscito a consegnare alla platea uno stato d’animo così forte pur senza alcun dialogo sulla scena?
Guarda, io non ho un metodo, vado molto a emozioni. Il teatro è fatto sostanzialmente di emozioni da trasmettere, da comunicare, che siano emozioni comiche o drammatiche. A me viene naturale, cioè quello è il mio mondo, non ho mai indagato sul come, è proprio un’esigenza. Poi a me la musica aiuta moltissimo: quando ero giovane, ma in realtà succede anche adesso, passavo intere mattinate ad ascoltare una serie di dischi, e mentre li ascoltavo provavo alcune emozioni che mi facevano immaginare delle scene. E nel recente spettacolo non ho fatto altro che questo. Ma ti ripeto, non è un metodo, è una cosa che mi arriva e che esce così.

Come è cambiato, se è cambiato, il modo di fare teatro oggi?
È cambiato moltissimo. Quando ho iniziato negli anni ‹80 c’era tutta una tradizione che ha cercato un nuovo modo di rapportarsi con il pubblico, di coinvolgere il pubblico. Ma alla fine, a parte alcuni casi famosi come Carmelo Bene, come Memè Perlini, come Aldo Trionfo, si cercava di rompere i vecchi schemi del teatro per una partecipazione attiva del pubblico, che non fosse solo stare seduti in platea e battere le mani o fischiare – tra l’altro a teatro non si fischia più da un sacco di tempo purtroppo. La dizione doveva essere pulita, l’articolazione delle parole e le battute si dovevano capire, non esisteva il microfono a teatro. Oggi stanno tutti col microfono, ed è una cosa che a me francamente… non dico ripugna, però è assurdo che nel teatro di prosa si usi il microfono. E questo è un grande cambiamento. Anche perché mentre una volta un attore doveva imparare a far arrivare la voce all’ultima sedia dell’ultima fila, oggi ti appioppano un microfono e via.

Quali sono stati i modelli di riferimento per Tito Vittori nella sua formazione professionale?
Io ho cominciato tardissimo, nel senso che mi sono trovato per caso in una scuola di recitazione. Un giorno, mentre andavo all’università, mi danno un volantino in cui c’era scritto Actor Studio di Roma, dove c’era di tutto: lezioni di danza, di recitazione, di regia… Io per curiosità ci andai e mi ritrovai a recitare senza neanche rendermene conto. In realtà io da ragazzino all’asilo avevo una suora che ci faceva fare sempre le recite, e questa cosa è continuata anche quando ho cambiato scuola. Infatti, quando per la prima volta sono salito sul palcoscenico di questo Actor Studio, ho respirato un’aria familiare: in qualche modo lì c’ero già stato. Dopodiché, lungi da me l’idea di fare l’attore. Qualche mese dopo ho avuto la fortuna di essere chiamato a fare un provino da un regista – un vecchio attore che però ha rinunciato al teatro perché era stato assunto come professore universitario – e feci questo provino che fu disastroso, personalmente non mi sarei mai preso. Invece mi prese, tra lo stupore di tutti. E proprio lui è stato ed è ancora il mio modello fondamentale. Poi sono passato con altri registi e
da tutti ho cercato di trarre qualcosa, ma quello da cui ho tratto di più è sicuramente questo vecchio attore che si chiamava Sergio Bargone.

Essere cresciuto in provincia ha influito negativamente o meno nel tuo percorso di formazione teatrale?
Io ho cominciato che avevo 27 anni, e per una decina d’anni sono stato a Roma, quindi sono cresciuto teatralmente e professionalmente a Roma come attore. Quando sono venuto a Cori la necessità mi ha imposto di diventare regista, cioè non solo di dirigere in scena persone che non avevano alcuna esperienza, ma ho dovuto mettere su uno spettacolo: la scenografia, i costumi… me ne sono dovuto occupare in prima persona. E questo è stato Cori che me lo ha insegnato. A Cori sono diventato regista, Cori è stato fondamentale da questo punto di vista. Se non ci fosse stato Cori non so se avrei mai avuto la capacità di mettere in scena spettacoli.

A Cori hai una presenza non sempre costante: che stai facendo di bello altrove e quali progetti hai in futuro per il nostro paese?
Dopo 25 anni di esperienza continua a Cori, nel 2015 sono stato chiamato a Roma dalla mia vecchia compagnia e fino al 2020 ho fatto tre spettacoli che sono andati in giro per l’Italia e tutti e tre hanno fatto qualcosa come duecento repliche. Poi è arrivato il Covid, i teatri sono stati chiusi, le compagnie si sono sciolte, qualche teatro ha chiuso definitivamente, e quindi c’è stato un rallentamento enorme. Il teatro ha rischiato di scomparire, almeno in Italia. Ho lavoricchiato, ho fatto molti cortometraggi. Siamo stati con un cortometraggio al Rome Film Festival nel 2018. Facevo qualche serata, ma molte di meno rispetto a prima. Ho ricominciato a recitare con i Tres Lusores (compagnia rinascimentale di Cori, ndr.), dove faccio il giullare, e questa cosa mi ha rimesso in vita e mi ha fatto tornare la voglia di riprendere. Adesso ho intenzione di continuare.

Tommaso Guernacci

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