Paolo e Francesca l’eterna dannazione degli amanti

Tra i personaggi più famosi di tutta la Divina Commedia troviamo senz‘altro Paolo e Francesca. Anche se si sente spesso alludere a questi due giovani, molte volte non si conosce la loro storia, non si ha bene a mente il perché siano riusciti a restare tra i volti incrociati da Dante nell‘opera che più hanno suscitato interesse. Cercando di analizzare la loro situazione, è bene che si abbiano presenti determinati aspetti fondamentali per comprenderne la natura. Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, zoppo e non esattamente di bell‘aspetto, era riuscito a sposare la fanciulla Francesca da Polenta, figlia di Guido, signore di Ravenna. Egli aveva anche un fratello minore, Paolo. Vivendo tutti e tre presso la residenza di Gianciotto, non era difficile che, durante le assenze del padrone di casa, ella e il fratello del marito si intrattenessero a parlare.

Il poeta racconta che i due giovani, dopo aver a lungo letto insieme la storia di Re Artù per passare il tempo, si siano trovati anche al punto della narrazione in cui la moglie del re, Ginevra, tradì il consorte con Lancilloto, „fedele“ cavaliere al servizio del sovrano. In quel momento tra i due giovani lettori scattò qualcosa, tanto che si trovarono a scambiarsi un appassionato bacio. Durante quell‘attimo entrò nella stanza Gianciotto il quale, osservando la situazione, colto dalla rabbia si scaraventò sui due con la spada, uccidendoli senza alcuna pietà. Famosa per questa circostanza è la serie di terzine che molti conoscono a memoria (If V, 100-107):

Amor, ch‘al cor gentil ratto s‘apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‚l modo ancor m‘offende

Amor, ch’a nullo amato amar
perdona, mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense“

Il canto in cui si ritrova questa vicenda è il V dell‘Inferno. In quel canto, il protagonista interagisce con i lussuriosi, dopo aver incontrato il guardiano di quel secondo cerchio, Minosse. Le anime dei lussuriosi venivano trascinate da un impetuoso vento che le faceva vorticare da un punto all‘altro della zona, perché, secondo la legge del contrappasso che regola l‘Inferno e il Purgatorio, coloro che in vita si sono fatti trasportare dalle emozioni e dagli istinti, lì sono destinati a essere trasportati da una bufera che non si ferma mai. Dante, come si legge all‘interno dell‘opera, scelse personalmente di interloquire con i due ragazzi, poiché notava che, a differenza degli altri dannati, essi si tenevano per mano e si abbandonavano al vento stando insieme.

Un dettaglio particolare di estrema rilevanza lo notiamo nel dialogo che c‘è tra il protagonista e i due amanti, e cioè che a parlare sono solo Dante e Francesca, infatti Paolo non apre mai la bocca e non cerca di dire nulla, lasciando alla sua amata raccontare la loro storia. C‘è poi tra i versi citati un richiamo geografico al luogo che il poeta sta attraversando. Questo richiamo di preciso si trova all‘ultimo verso, il 107, nel quale si nomina la Caìna, cioè una delle quattro zone che compongono il nono e ultimo cerchio infernale. In quella zona si trovano tutti i traditori dei parenti, proprio come
il nome suggerisce (questo deriva infatti dal personaggio biblico Caino, assassino di suo fratello Abele), tra i quali, per il fatto di aver ucciso sua moglie e suo fratello, è collocato anche Gianciotto.
La bellezza di questi due personaggi è ver- amente immensa. Essi sono la rappresentazione di un‘incontinenza che si trasforma nella pena. Le pulsioni, soprattutto quelle amorose, sono il legame evidente che abbiamo con la natura, nella quale primeggiamo in quanto specie per la nostra capacità di ragionare, a differenza dalle altre forme di vita che sono dominate dall‘istinto. I due amanti ci ricordano l‘importanza dell‘amore inteso sia a livello sacramentale che relazionale, entrambi concetti permanentemente vicini a ognuno di noi, seppur immensi e sconfinati.

Natalino Pistilli

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