Dissertazioni su Luigi Pirandello.
La sottile linea di confine tra l’essere e l’apparire, quantomai attuale nell’epoca della post-modernità: siamo pubblico o siamo attori?
Il pensiero di Luigi Pirandello, uno dei più grandi drammaturghi e scrittori italiani del XX secolo, premio Nobel per la letteratura nel 1934, continua a essere rilevante nel mondo contemporaneo.
Nel mondo moderno, caratterizzato dalla rappresentazione di sé attraverso i social media, le sue opere continuano a essere attuali nel mettere in discussione la natura dell’identità e delle maschere che indossiamo nella società. Nel clima contemporaneo di disinformazione diffusa e manipolazione mediatica, la sua critica della verità assoluta e della percezione soggettiva della realtà risuona ancora
fortemente. Le opere di Pirandello spesso esplorano temi di alienazione e isolamento.
Nel mondo di oggi, dove la tecnologia ci con- nette più che mai, ma può anche alienarci dalla vera connessione umana, la sua rappresentazione delle sfide dell’esistenza umana rimane rilevante: in un’epoca segnata da crisi esistenziali, incertezze globali e disuguaglianze sociali, la sua analisi dell’assurdo e del caos è ancora attuale. Pirandello ha spesso esplorato la natura sfuggente della moralità e dell’etica.
Il pensiero di Pirandello continua a essere significativo nel mondo di oggi poiché solleva domande fondamentali sulla natura dell’identità, della verità, dell’esistenza umana e della moralità, fornendo così una lente critica preziosa attraverso la quale esaminare le sfide e le complessità della vita moderna. Se Pirandello fosse vivo oggi, potrebbe essere interessato a esplorare le complessità dell’identità nell’era digitale, i dilemmi esistenziali nell’epoca della tecnologia e le sfide della comunicazione in un mondo sempre più interconnesso. Potrebbe scrivere opere che esplorano la natura dell’autenticità e della realtà in un’epoca in cui le persone possono manipolare le proprie
identità online e la verità è spesso soggetta a interpretazioni soggettive. Potrebbe anche essere attratto dai conflitti generazionali e culturali che emergono in una società sempre più globalizzata e diversificata. Se Pirandello affrontasse il tema dell’essere e dell’apparire oggi, potrebbe esplorare la discrepanza tra l’identità autentica e le rappresentazioni superficiali che le persone proiettano online
attraverso i social media e altre piattaforme digitali. Potrebbe concentrarsi sul contrasto tra la vita privata e quella pubblica, evidenziando come le persone spesso cercano di creare una versione idealizzata di sé stesse per adattarsi agli standard sociali o per ottenere approvazione e validazione dagli altri.

Pirandello potrebbe inoltre anche esaminare la natura dell’identità in un’epoca in cui le informazioni personali sono facilmente accessibili e manipolabili, mettendo in discussione se sia possibile conoscere veramente qualcuno, esplorando i conflitti interiori e le tensioni che sorgono quando l’individuo è costretto a confrontarsi con le proprie rappresentazioni pubbliche e le aspettative degli
altri, confrontando ciò che sembra essere con ciò che realmente è. Prendendo in considerazione l’opera teatrale Enrico IV, oggigiorno potrebbe essere utile per approfondire le tematiche pirandelliane dell’identità e della follia. Ambientata in una villa isolata, la trama ruota attorno al personaggio di Enrico IV, un uomo che si convince di essere l’imperatore Enrico IV d’Asburgo dopo essere caduto da un cavallo durante una rappresentazione in costume. Il protagonista vive una vita parallela, convinto di essere realmente l’imperatore, nonostante la sua convinzione sia frutto di una sfortunata caduta e di un trauma psicologico. Gli amici e i parenti di Enrico IV collaborano a mantenere questa illusione fingendosi membri della corte imperiale. Attraverso questo gioco, Pirandello esplora il concetto di
identità e la sottile linea tra realtà e finzione.
Enrico IV, una volta rinsavito, pur essendo consapevole della sua identità reale, sceglie di continuare a vivere nella finzione dell’imperatore perché gli offre una fuga dalla realtà e dalla responsabilità della vita quotidiana. Questo solleva domande profonde sulla natura della verità, della follia e sulla possibilità di scelta nella definizione della propria identità. E a proposito di identità personale e omologazione dell’individuo, molto si è discusso sul fascismo di Pirandello, sull’adesione dello
scrittore al movimento di Benito Mussolini. Fedele al suo spirito anticonformista, Pirandello – dopo aver firmato (come Ungaretti e D’Annunzio) il Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Giovanni Gentile – chiese la tessera come umile e obbediente gregario dopo l’omicidio Matteotti, quando tutti
cercavano di liberarsene. Nel 1927 però, dopo appena tre anni, già la faceva a pezzi e la gettava in faccia al segretario del partito. Mussolini nei colloqui lo blandiva, ma lo faceva pedinare e gli mise i bastoni tra le ruote quando nel 1926 si trattò di scegliere tra lui e Grazia Deledda per il Nobel.
Pirandello, tuttavia, non fu mai contrario alla dittatura, anche perché altrimenti non avrebbe mai potuto usufruire dei teatri statali, e nel 1935, quando il fascismo intimò agli italiani di consegnare l’oro alla Patria colpita dalle sanzioni per la guerra in Etiopia, regalò la medaglia del Nobel vinto pochi mesi prima (quella volta a Stoccolma erano stati irremovibili, ma a saperlo…). Ebbe un ripensamento finale
nel suo testamento, perché chiese di evitare un pomposo funerale di Stato, per impedire a Mussolini di approfittarne per organizzare una cerimonia solenne e fare propaganda. Il Duce ci rimase malissimo.
Tommaso Guernacci