All’interno di una foresta, simile a quella incontrata nel canto I dell’Inferno, Dante si trova a vivere un’esperienza che racchiude in sé il senso di sacralità che la vita possiede. Nel canto XIII della prima cantica, egli incontra una distesa di alberi che sembrano secchi e incapaci di portare frutto. A differenza della selva oscura in cui si è ritrovato in partenza, questi arbusti hanno tutta l’aria di nascondere un più grave segreto. Sotto suggerimento di Virgilio, il protagonista spezza un ramo di uno degli alberi e, inaspettatamente, dalla pianta come fosse vento si sente arrivare una voce che dice: “Perché mi schiante?” (v. 33). Ovviamente, al sentire ciò egli rimane ammutolito, senza considerare che dalla rottura del rametto sgorga un flutto di sangue che d’impatto lo lascia attonito.
Dante viene a conoscenza che quello con cui sta interloquendo non è un semplice albero, ma è l’anima dannata di Pier della Vigna, un personaggio che fu particolarmente influente nella corte siciliana di Federico II prima che accadde l’irreparabile disgrazia.
Nello sbigottimento, il poeta fiorentino trova modo di scambiare qualche parola con l’anima, la quale ha la possibilità di raccontare la sua storia. Piero, infatti, in vita fu un collaboratore dell’imperatore Federico II, il quale lo teneva in grande considerazione quando prendeva delle decisioni, per via delle capacità di questo suo suddito, ma soprattutto perché si fidava ciecamente di lui. Purtroppo, accadde che l’invidia degli altri cortigiani che lo vedevano entrare sempre più nelle grazie di Federico divenne incontenibile, così si misero d’accordo per creare la condizione che avrebbe comportato la frattura del legame tra i due. Mentendo senza ritegno, fecero in modo che il sovrano credesse a un tradimento di Piero, cosa che comportò per quest’ultimo la perdita dei privilegi meritati nel tempo e il sollevamento da tutti gli incarichi di corte.
La situazione aveva portato alla disperazione Piero al punto da spingerlo fino al suicidio, peccato mortale che lo ha condannato a cadere nel secondo girone del settimo cerchio, dove i dannati sono tra sformati in alberi che non portano frutto e ai cui rami, dopo il giorno del Giudizio Universale, verrà appeso il corpo avuto fino al momento prima di morire, rimanendo puniti per sempre a guardare ciò che hanno posseduto e che hanno disdegnato al punto da rifiutarlo con un atto estremo come il togliersi la vita.

Dante e Virgilio incontrano Pier Della Vigna
La vicenda di Piero è una di quelle più commoventi di tutta la prima cantica, perché si percepisce il dispiacere e l’amarezza di lui per aver perduto a causa dell’invidia degli altri la cosa a cui più teneva al mondo, cioè il legame instaurato con il suo sovrano. Ovviamente, è più facile pensare che questa tristezza si sia generata dall’aver perso ogni privilegio, e probabilmente in parte è anche così, ma davvero si sarebbe spinto fino a tanto per qualcosa del genere? Anche in questo caso, può darsi… C’è una cosa, però, che mi lascia riflette re, una cosa che può sembrare a tratti fin troppo legata ai sentimenti umani, per cui agli occhi di qualcuno probabilmente risulta quasi surreale, e cioè che il dialogo con Dante sembra quasi lasciare intendere che dopo il tranello ordito dalla corte in cui lo si accusava di reati mai commessi, Piero non abbia fatto molto per dimostrare il contrario, e magari sbaglierò ancora nel pensare che quasi sicuramente, al di là delle circostanze del tempo, egli abbia potuto provare talmente tanta delusione da non aver avuto la forza di contrastare quell’affronto, dal momento che la fiducia che il monarca aveva inizialmente dimostrato di riporre in lui fosse misteriosamente scomparsa in un soffio. Un po’ come accade ancora oggi nei rapporti umani, laddove ci sono condizioni che ci portano a rivalutare un’amicizia o un legame più o meno profondo, perché a causa di interferenze esterne si consuma in un attimo quanto era stato costruito col tempo.
In questo caso, non è solo importante ricordare il valore della fiducia reciproca, ma è fondamentale anzitutto ricordarsi che la storia ci pone davanti delle scelte e che noi dobbiamo propendere sempre per quelle “buone”, affinché positiva sia la vita di ognuno, soprattutto la nostra, senza mai dimenticare che tutti i doni che noi non consideriamo come tali ci saranno necessariamente tolti, poiché è necessario riconoscersi debitori, non solo dell’esistenza stessa, ma di tutto ciò che di grandioso essa contiene.
Natalino Pistilli