Come gli indiani d’America

Il dramma dei palestinesi: in atto un lento genocidio

Come gli indiani d’America, quelli a cui si sottraevano le terre, costringendoli nelle riserve, a cui uccidevano i bisonti per ridurli alla fame, a cui vendevano alcool per fiaccarne lo spirito, quelli che i bianchi sterminavano regalando loro coperte infette, che esibivano come selvaggi subumani negli spettacoli dei circhi, mostrati al cinema per anni, ancora incapaci di declinare un verbo che non fosse all’infinito.

Gli indiani d’America, due secoli dopo il loro genocidio, ancora vivono ai margini della società, ridotti a dei paria nel paese della più grande apparente democrazia al mondo.

E come gli indiani d’Ameria oggi i palestinesi. Come loro oggetto di disumanizzazione, a cui viene sottratta la terra sin dal 1948, costretti a subire le angherie di un governo che si proclama democratico, esposti all’odio dei coloni sionisti che rivendicano quei territori in nome di una superiorità razziale e di un presunto diritto divino. L’immagine dei coloni israeliani che, protetti ed armati dall’esercito, umiliano i contadini palestinesi tagliando i loro ulivi, estirpati con i bulldozer militari, è difficile da digerire per noi italiani che vediamo in quell’albero un simbolo di pace. Come gli indiani d’America da anni i palestinesi sono confinati in enclave recintate da muri altissimi, viene impedito loro di spostarsi liberamente ed umiliati nei mille checkpoint militari, appellati come beduini, disumanizzati per giustificare un lento genocidio.

I bambini nelle tende di Khan Yunis a Gaza hanno oggi gli stessi volti terrorizzati di quelli nei tepee sulle rive del Sand Creek due secoli fa.

“Sono belve”, si insegna ad altri bambini nelle colonie, nei kibbutz israeliani che erodono ogni giorno la terra dei palestinesi. Così come erano belve gli indiani d’America, questo ci hanno insegnato, a cui falsamente si attribuiva l’usanza dello scalpo del nemico, che invece era pratica dei bianchi per avere una taglia per ogni “selvaggio” ucciso. “Quelle belve” il 7 ottobre hanno rotto gli argini della disperazione nella quale erano confinati, costretti a sopravvivere con la complicità ed il silenzio dell’Europa, degli USA e di molti paesi del Golfo. Le “giovani belve” palestinesi, disumanizzate nella loro terra da un esercito di occupazione che nega loro identità e diritti, hanno visto in Hamas un riscatto in quel giorno di ottobre. Erano belve, lo scrivo convintamente, belve assetate d’odio e vendetta, ma erano, anche e soprattutto, il frutto marcio di un progetto scellerato sin dal 1948, da quando si è voluto negare ai palestinesi uno Stato, un’identità di popolo, il diritto ad essere umani, di poter avere l’accesso all’acqua, di coltivare la propria terra, di bagnarsi nel proprio mare.

Hamas ha dato una speranza, illusoria forse, quella del riscatto, ma l’unica possibile, dove invece l’autorità nazionale palestinese ha fallito. Lo stesso Hamas che poi si scopre foraggiato per anni dai soldi del governo israeliano, coinvolto negli sporchi giochi di potere del governo Netanyahu e dei suoi servizi segreti che il 7 ottobre hanno girato la testa da un’altra parte. Come gli indiani d’America i palestinesi oggi sono spinti ad un nuovo esodo verso le terre desertiche del Sinai, portandosi appresso, come nel 1948, le chiavi di case che non esistono più, mentre sulle loro terre sorgeranno nuovi insediamenti israeliani. La comunità internazionale, che di comunità ha solo il nome, balbetta. I massacri di civili, soprattutto bambini e donne su cui si accaniscono le truppe sioniste non sono un incidente, ma il frutto di una strategia programmata perché il tasso di crescita della popolazione palestinese è superiore a quello degli israeliani e la proposta di un unico Stato non è praticabile in questa prospettiva futura. Tantomeno quella di due popoli due Stati che per l’attuale governo israeliano rappresenterebbe una sconfitta, quella di dover accettare un’identità altra da sé e di pari valore. La soluzione allora è l’annientamento e l’espulsione di un intero popolo dalle terre che Israele considera sue per diritto divino e che, si badi, non si limitano alla Palestina, ma comprendono territori del Libano, della Siria, della Giordania e dell’Egitto.

Come per gli indiani d’America stiamo vedendo l’epilogo di uno sterminio sistematico di un popolo. Non l’ultimo, è già accaduto in centro e sud America, in Africa, in Armenia etc. Ci ha provato anche Hitler, ma quella lezione all’umanità non è bastata e soprattutto non l’hanno capita gli ebrei sionisti che oggi commettono le stesse barbarie di cui i loro padri e madri sono stati vittime.

Ettore Benforte
Insegnante a Cori dal 1977 al 2012

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