“Panta rei”, il tutto scorre del quotidiano dinanzi al concetto di morte: quale?
“Il non essere visti, il girare la strada e defilarsi”
Partiamo da un presupposto: sono stato costretto a scrivere per questo giornale. D’altronde, la costrizione è un aspetto che non può scindersi dalla vita. Avranno visto una sorta di talento nella mia persona, ma il talento è degli sciocchi e questi ultimi, per loro natura, confondono il reale con il fantastico. Peggio ancora: avranno creduto avessi qualcosa di serio, di notevole da dire, sembra tuttavia chiaro che a parlare sono in molti, in questo buffo mondo, un chiacchiericcio infinito in costante fermento sulle bocche di burocrati, politici, letterati, intellettuali dei partiti democratici, architetti dalla sezione aurea facile, barbieri di antichi fasti fascisti. Dunque, cosa aggiungere? Presto si è fatto mattino; con una sigaretta tra le dita lo sguardo si perde ben oltre le colline di questo bel paese e i suoi templi. Che poi, sulla sua bellezza, nutro qualche dubbio.
Ed è così che penso alla morte, e pensare alla morte è pensare al silenzio, e pensare al silenzio è pensare alla pace, ad una forma di perdono. Per quanto fummo avvisati da Pavese quanto stanchi lavorare, come ogni giorno sciocco, tutti accorrono verso i loro doveri.
Anche io faccio lo stesso: lavoro guardando la gente che va a lavorare ed è così che tutto si ripete. Il panettiere sta ammassando, il Sindaco sta aprendo il suo ufficio, lo spazzino ascolta una radiolina e compie gesti da ballerino, il barista prepara il suo trentesimo caffè, il macellaio tira fuori le bestie tritate, qualche madre mette da parte le sue crisi di nervi e accompagna il figlio a scuola, un amante si sta dando appuntamento di nascosto, l’edicolante piega il Corriere e sa che la sua vita non farà mai scalpore, i cultori del corpo fanno arieggiare le stanze ancora odoranti di sudore. E la morte? Dov’è la morte in tutto questo? Dov’è quell’arresto cardiaco che ci fa fermare e sussultare, brillare per un secondo il pensiero e ci permette di guardarci da fuori? Se è vera l’accezione della Dickinson “La morte è l’evento che più ci sorprende”, dove sono le nostre facce sorprese?

Non ci sono, e il motivo è semplice: è un decennio distonico, il nostro; è tutta una farsa, una costruzione, una dimostrazione, una corsa continua non ad essere interessanti “ma più interessanti di”. Ci mettiamo gli unguenti sull’anima, ci radiamo il petto, tradiamo e giudichiamo, ci prendiamo titoli accademici su titoli, e poi gli aperitivi – ma solo con i vini del territorio -, dopo la call per un progetto europeo, ambiamo alle cattedre e non più ai pulpiti perché oggi siamo tutti nati insegnanti, – la vocazione è cosa stantia -, facciamo corsi di sommelier perché l’espressione “tannico” sa di “io ne so più di te”, e vadano in pace le osterie di fuori porta di cui cantava Guccini, che hanno chiuso davvero.
E poi scriviamo per questo giornale perché, alla fine, siamo annoiati, vogliamo essere protagonisti e, ancor di più, abbiamo lasciato la morte fuori da noi stessi. Il che è paradossale, giacché siamo circondati di morte, siamo venditori di morte. Ma la morte che intendo io e che dovremmo riscoprire è quella che sta nel non essere visti, nel girare la strada e defilarsi, nel guardare in faccia l’amore mentre una sera d’estate, la donna o l’uomo che ami, è di spalle, in cucina e sulla nuca muta un’intera stagione, nell’involuzione, quella morte che ha il sapere e il sapore di certi contadini e i loro muli, al tramonto; quella morte che è così strettamente necessaria averla nel cuore che se tutti l’avessero, la smetteremmo di avere dei sorrisi ebeti sui social e di fotografarci i culi e i figli. Quella morte che Heiddeger definiva “ciò che rende ogni vita unica, e quindi autentica”.
Ma pensare alla morte non fa bene, e allora scusate, hanno appena suonato al citofono, metto da parte i pensieri e vado a ritirare il pacco di Amazon, magari aprendolo scopro di aver ordinato un poco di morte.
Fabio Appetito
Poeta e scrittore