Il teatro nell’Italia del Rinascimento
Molti storici hanno rappresentato il Medioevo come un periodo di barbarie, cui, poi, è stato contrapposto, con l’inizio dell’età moderna, un Rinascimento in cui l’uomo ritrova sé stesso, rinunciando al Cielo per riaffermarsi al paradiso terrestre. Riguardo al teatro, dalla fine del XIV secolo, i drammi e le commedie italiane appartengono ai massimi poeti e scrittori del periodo. Tali lavori sono rappresentati, prevalentemente, in teatri di corte, o presso le dimore di cardinali e di gran signori.
Gli attori del momento sono dilettanti raffinati o compagnie costituite da attori di mestiere, detti “comici dell’arte”. Per quanto riguarda le scene, alla fine del secolo citato si registra un’importante invenzione italiana: la prospettiva. Non occorre costruire l’ambiente: una strada, la piazza, un edificio, si dipingono su una parete piana con luci, ombre e giochi prospettici. Abbandonato lo sviluppo del dramma medioevale, i letterati italiani portano il teatro italiano all’imitazione della tragedia e delle commedie greco-latine. L’aspetto critico per il teatro medioevale è stato quello di “mostrare” tutto e “dire” poco, mentre la reazione dei letterati umanisti va nell’eccesso opposto: non si vede più azione, ma (sull’esempio del teatro classico) tutto si riferisce e si racconta, cosicché, in luogo del dramma, si ha l’eloquenza. Dai primi tempi dell’Umanesimo, gli studiosi, come accennato, sognano di riportare in scena i testi latini e greci. Alla fine del Quattrocento vengono rappresentate in latino le commedie di Plauto e di Terenzio.
Il primo lavoro interessante in lingua italiana del teatro erudito del Rinascimento non è né una tragedia né una commedia, bensì “la favola di Orfeo”, di Agnolo Poliziano. Questo colto letterario nato nel 1454 a Montepulciano viene considerato il maggiore tra i poeti italiani del XV secolo, membro del circolo di intellettuali intorno a Lorenzo il Magnifico; grazie a questa protezione Poliziano dedica l’intera vita agli studi umanistici e alla produzione letteraria. Abbandonato temporaneamente l’ambiente mediceo, per alterne circostanze, dopo brevi soste a Venezia, Padova e Verona, il cardinale Francesco Gonzaga lo accoglie presso la sua corte di Mantova; qui il Poliziano, nel 1480, scrive la “fabula di Orfeo” prima opera teatrale profana italiana di particolare importanza.
“fabula” in latino indica una composizione teatrale in genere. L’opera è ispirata ad un racconto di Ovidio e al IV libro delle Georgiche di Virgilio. Mitico poeta della Tracia, Orfeo con il suo canto calma le fiere; sua sposa è Euridice. Il pastore Aristeo si innamora di Euridice e mentre la insegue, lei calpesta un serpente velenoso che la uccide con un morso. Orfeo, preso dalla disperazione, decide di recarsi agli Inferi per chiedere al signore del regno tenebroso, Plutone, di riavere in vita la sua sposa.
Il canto di Orfeo commuove Plutone che gli concede nuovamente Euridice, a condizione che Orfeo non si volti indietro a guardare Euridice finché non saranno tornati sulla Terra. Vinto dalla tentazione, si volta ed Euridice sparisce tra le ombre per sempre. La reazione di Orfeo è quella di maledire il fato e l’amore, respingendo così qualsiasi altra donna. Per tale comportamento le Baccanti, invasate dal dio Bacco, lo riducono a brani.
Il mito di Orfeo è particolarmente caro al Rinascimento come simbolica esaltazione della vittoria sul tempo e sulla
morte, insieme al tema della giovinezza che va goduta subito in quanto fugge in fretta.
Il tono popolaresco corrisponde ad una scelta stilistica tipica dell’elegia bucolica e pastorale. L’Orfeo secondo il giudizio tradizionale, è una derivazione delle forme del Dramma sacro, e il primo elegante esempio del teatro dotto, e, come accennato, lungi dal mettere materialmente davanti allo spettatore lo svolgersi di tutti gli eventi rappresentati, come avviene nel dramma sacro, questi sono riferiti da narratori, attraverso racconti più o meno dialogati, con la presenza di effusioni sospirose ed elegiache, le quali raggiungeranno il culmine della loro essenza lirica nel tumultuoso e spettacolare “coro” delle Baccanti.
Il “dramma pastorale” o “favola pastorale” conquisterà tutte le società più colte d’Europa, e tale spirito apparirà con maggiore evidenza nel capolavoro di siffatto genere, “L’Aminta” di Torquato Tasso, definita dal Carducci “un portento”.
Tonino Cicinelli
Regista e direttore della compagnia teatrale “Amici del teatro”