Il dibattito sulla reinterpretazione dei grandi autori, il rapporto tra teatro e televisione, la sfida di portare in scena i classici
Nel mondo del teatro il confine tra fedeltà ai testi originali e libertà interpretativa è spesso motivo di dibattito. Lo dimostra la recente polemica sull’adattamento di Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo, portato in tv da Vincenzo Salemme, che ha sollevato interrogativi sul modo in cui i classici possono (o devono) essere rappresentati. In questa intervista, Tito Vittori, attore e regista teatrale, condivide la sua visione su come affrontare i testi sacri del teatro: da De Filippo a Pirandello, l’autore nostrano riflette sulla differenza tra la messa in scena teatrale e la riproduzione televisiva.

Innanzitutto: soddisfatto dell’accoglienza ricevuta al Teatro Comunale per l’ultimo spettacolo?
Molto, moltissimo. Il pubblico risponde con entusiasmo, e questa è una grande fortuna. Ma ciò che mi rende più felice è vedere giovani e ragazzini avvicinarsi al teatro. Il modo migliore per conoscerlo è praticarlo, e sto ricevendo ottimi riscontri: si divertono, si appassionano. Nell’ultimo spettacolo ho cercato di coinvolgere sia adulti che ragazzi, e continuerò su questa strada.
Recentemente c’è stata una polemica sui media e sui social riguardo alla rappresentazione di Natale in casa Cupiello messa in scena da Salemme. Un adattamento molto personale, che lo stesso attore e regista ha riconosciuto come qualcosa di diverso dall’originale, sottolineando che Eduardo De Filippo non è imitabile. Qual è la tua opinione?
È vero, De Filippo non è imitabile, né come autore né come attore o regista. Quando ho affrontato le sue opere, ho scelto di non imitarlo ma di riproporlo nel modo più fedele possibile, cercando di conservare atmosfere e sapori originali. Certo, qualche piccolo adattamento è inevitabile, ma sempre con grande rispetto. Ritengo che un classico vada trattato con fedeltà, perché il rischio di stravolgerne il senso è sempre dietro l’angolo. Non è un problema solo di Eduardo, basti pensare a Shakespeare o alle opere liriche: vengono reinterpretati, a volte con risultati interessanti, altre meno. Ma se un’opera ha un significato e un messaggio da trasmettere, chi la mette in scena ha il dovere di preservarne l’essenza. Altrimenti si finisce per usare solo il titolo e il nome dell’autore, snaturando il resto. Per me, o crei qualcosa di originale o, se metti in scena un classico, devi essere in grado di far arrivare al pubblico il messaggio originale.
Esiste un limite oltre il quale un’opera d’arte non dovrebbe essere reinterpretata, oppure tutto è concesso?
L’arte, per sua natura, non ha limiti. È libera, nuova, rivoluzionaria. Tuttavia, più che di limiti, parlerei di responsabilità: se scegli di mettere in scena un classico, c’è un motivo per cui lo fai, c’è un messaggio che quell’opera ti ha trasmesso e che hai il dovere di restituire al pubblico.
C’è una differenza sostanziale tra il teatro rappresentato sul palcoscenico e quello trasmesso in televisione?
Assolutamente sì. Il teatro ha un’unicità data dalla presenza fisica, dall’interazione diretta tra attori e spettatori. In televisione, invece, grazie alla regia, ai primi piani, ai montaggi, puoi enfatizzare alcune reazioni e dettagli. Questo offre più strumenti narrativi, ma al tempo stesso modifica l’esperienza teatrale. Per questo non amo le riprese televisive degli spettacoli: trasformano qualcosa di vivo in un prodotto diverso, meno immediato. È come confrontare un concerto dal vivo con una registrazione in studio.
Tornando alla polemica su Natale in casa Cupiello: secondo te il dibattito nasce anche dal fatto che De Filippo, a differenza di Pirandello, era sia autore sia attore?
Non credo sia quello il punto. Anche nelle opere di Pirandello, per esempio, esistono interpretazioni storiche che hanno lasciato il segno, come quelle della Compagnia dei Giovani con Romolo Valli e Rossella Falk. Non si sente la mancanza dell’autore-attore, perché gli interpreti sono stati capaci di restituire la sua essenza. Dobbiamo anche considerare che la figura del regista, così come la intendiamo oggi, è relativamente recente. Fino ai primi anni del Novecento esistevano i capocomici, attori che assumevano anche il ruolo di regista. Quando è nata la regia teatrale è stato introdotto un nuovo filtro interpretativo che prima non esisteva.
Se dovessi rappresentare un’opera di De Filippo, quale sceglieresti?
Ho già messo in scena Napoli milionaria, che considero il suo capolavoro. È un’opera completa, che attraversa guerra e dopoguerra con una potenza ancora attuale. Anche Filomena Marturano e Questi fantasmi sono straordinarie.
Hai in programma la rappresentazione di qualche classico a breve?
Al momento sto lavorando su due progetti: Shirley Valentine di Willy Russell, con Francesca Corbi e Carlo Vittori, e uno spettacolo basato sulle canzoni di Pino Daniele, interpretate dal coro polifonico di Cisterna. Per ora non ho in programma classici, ma è un repertorio a cui torno sempre.
Per quanto riguarda la ripresa del teatro dopo la pandemia: si nota un miglioramento?
In parte, ma la situazione resta complicata. Molte compagnie stanno chiudendo o cambiando gestione, e purtroppo il teatro in Italia è ancora troppo influenzato dalla politica. In altri paesi, come il Regno Unito o gli Stati Uniti, il teatro ha un mercato più solido e autori contemporanei di grande rilievo. Da noi, invece, sopravvivono solo gli spettacoli più sovvenzionati.
Tommaso Guernacci
Docente di Letteratura