Ottantesimo anniversario della Liberazione.
Un patrimonio che sembra disperso
Tra un mese ricorrerà l’ottantesimo anniversario del 25 aprile. Non mi piacciono molto gli anniversari, ci parlano sempre di un tempo trascorso. E cominciamo ad avere un’età in cui il tempo che trascorre stringe sempre più la cinghia. Il 25 aprile è diventato vecchio anch’esso. E non godrà di gran fortuna, in questi tempi in cui i manifesti vengono manipolati in parlamento.
Il 25 aprile fu un soffio, un vento di energia, un’aria leggera di libertà dopo un trentennio di tamburi di guerra che devastarono l’Europa.
Ci portò il boom economico del dopoguerra, la gente nelle piazze e nelle strade, i diritti, l’Europa unita, il ’68. I valori da cui era alimentato, quelli eterni dello spirito della rivoluzione francese, non sono più in voga. La libertà è diventata la licenza dei potenti, che genera tirannia, come nella Repubblica di Platone. L’uguaglianza… non ne parliamo, esiste solo a camposanto.
La fraternità non è possibile garantirla finché esistono gli Stati, perché la pace che essi cercano al loro interno è subito contraddetta dalla guerra dichiarata all’esterno contro i potenziali nemici.
Quanto alla carta costituzionale prodotta dal 25 aprile, la società nel suo insieme viene investita dalla “mercatizzazione”, e gli investimenti che riguardano i beni comuni, come la sanità, la scuola, la previdenza, i trasporti pubblici, sono stati divorati dalla tecnica e dal mercato.
Non è un buon anniversario per il 25 aprile. Nel frattempo qualcuno ha deciso di tornare nelle piazze, ogni tanto qualcuno ci ritorna spinto dalla nostalgia. Erano tutti vecchi. Attendiamo che ci tornino le giovani generazioni, perché quelli non hanno più niente da dire.
Tommaso Conti