Quando ero giovane scolaro, con zero nozioni di geografia, mi piaceva fantasticare (scusate, stavo per scrivere almanaccare) davanti alle cartine geografiche appese alle pareti della mia aula. Le mappe di allora mostravano un altro mondo, non tanto fisico (nonostante i movimenti delle placche tettoniche, tutto sommato i continenti hanno ancora la forma di allora) quanto politico: allora la Germania era divisa in due nazioni, Est e Ovest, la Repubblica Ceca e la Slovacchia erano un unico Paese, la Cecoslovacchia, esisteva addirittura l’Unione Sovietica, dove, pensate un po’, Russia e Ucraina non si facevano la guerra (o, almeno, non come oggi) e altre nazioni stavano attaccate a questo gigante come in un immenso “siamo tuttɜ uguali”. Che sarà pure vero, ma la prima volta che ho visto una ragazza kirghisa su un treno italiano l’ho scambiata per filippina. Solo sentendola parlare ho capito che era ex sovietica. Tra le fantasticherie di un alunno che ancora non sapeva niente, c’era quell’isola sopra la Sardegna, la Corsica, che non poteva non essere italiana, con quei nomi italofoni. La cosa strana è che nelle mappe politiche dell’Italia, quelle coi colori artificiali e piatti, non quelle verdi e marroni a evidenziare l’orografia e dette fisiche, la Corsica era bianca, come i pezzi della Francia, della Svizzera, dell’Austria e dell’allora Jugoslavia (non ancora divisa in Serbia, Croazia, Macedonia del Nord, Montenegro, Kosovo, Slovenia, Bosnia-Erzegovina). Scoprii dopo, studiando geografia, che era parte della Francia, anche se ancora oggi pronunciamo i suoi toponimi in italiano.
Lui è peggio di me
— Oggi —, esordisce Giacomino, — è tornato il supplente che storpiava tutti i nomi. Quando è entrato ha detto: «Buongiorno, classe. Mi riconoscete? Sono il vostro aio preferito».
— Eh?! — Esclama la mamma.
Giacomino fa finta di niente e prosegue: — Allora Giuseppe, che quest’estate è stato in vacanza in Sardegna, ha esclamato «Ajò!» e il supplente, che dice di avere origini sarde, gli ha detto: «Ma che brutto “ajò” hai pronunciato. Era un Ajaccio!»
Partiamo con aio, sostantivo maschile antico o letterario derivato dal termine spagnolo di origine incerta ayo, che nelle famiglie signorili indicava il precettore o l’istitutore, cioè chi provvedeva all’educazione dellɜ bambinɜ. Aio è anche un suffisso nominale di nomi derivati che indicano luoghi in cui abbonda o è contenuto o conservato qualcosa (ginepraio, granaio), o che denotano mestieri (fornaio, orologiaio). Esiste anche la versione non toscana del suffisso, -aro, che troviamo, per esempio, in voci di antica tradizione come campanaro, ma anche in voci piú moderne arrivate da Roma, tipo palazzinaro, in cui c’è in piú una coloritura ironica o spregiativa. Esiste una variante dotta, -ario, presente soltanto in un numero limitato di sostantivi: per esempio, bancario, impresario, pubblicitario. Torneremo sul suffisso -aio in un episodio futuro.
Ajò è un termine dialettale sardo (ma anche còrso, cioè della Corsica, se scritto con la i anziché con la i lunga – j –) che significa “andiamo”, “forza”, e pare essere una forma orfana della prima persona plurale dell’evoluzione romanza del verbo latino (e corese, e romano) ire, cioè andare.
Ajaccio, infine, è la città francese capoluogo della Corsica. La sua etimologia, almeno secondo wictionary.org, sarebbe un prestito dall’italiano Ajaccio, dal còrso Aiacciu, dall’antico italiano ad diazzo, dal toscano agghiacciu, dal latino adiacium, oppure da un derivato del greco bizantino ἀγαθός (fortuna). La pronuncia corretta in francese non è, ovviamente, Ajaccio come diciamo noi, ma a.ʒak.sjo.
Gianluca Pignalberi
Edicolante, tipografo digitale per editori accademici, collaboratore di Massimo Polidoro.