Dalle nuove esperienze del teatro elisabettiano
Abbiamo accennato che, pur occupandoci quasi totalmente del teatro italiano, è opportuno ampliare la visione della materia facendo qualche breve appunto sul grande Shakespeare e sul Seicento di Racine e Molière, per poi tornare in Italia con il melodramma del Metastasio.
Nel momento in cui William Shakespeare inizia la sua carriera di autore drammatico, il teatro elisabettiano si è già espresso in una grande varietà di forme: il dramma accademico in latino e in inglese; il dramma al tempo stesso popolare e colto di Marlowe; la tragedia a forti tinte di Thomas Kid; il dramma borghese di ispirazione indigena.
Tutti gli autori maggiori e minori del tempo, classici e romantici non brillano tanto di luce propria quanto di quella che su loro rifletterà il grande Shakespeare, al quale essi stessi, però, hanno preparato il terreno. William Shakespeare nasce nel 1564 a Stratford, sotto il regno Elisabetta Tudor, da una famiglia di borghesi.
Da giovane va subito a cercare lavoro presso un cittadino, James Burbage, impresario teatrale; qui la sua ascesa avviene rapidamente e, nel contempo, è indotto a riprendere gli studi interrotti. Nel 1597, Burbage muore e gli succede il figlio Richard, il “roscio inglese”, il più grande attore dell’epoca. Nel 1508 il Theatre è demolito e, in sostituzione, si costruisce il Globe, gestito dallo stesso Richard in società con Shakespeare.
Con l’inaugurazione dell’Enrico V, William è ormai coinvolto in una quadruplice esperienza: autore, attore, impresario e regista. Fedele alla tradizione anti classica, cioè al gusto del pubblico che vuole il clown anche nella tragedia, Shakespeare non solo alterna commedie e drammi, ma anche nel dramma tragico introduce elementi e personaggi comici.

Analizzare, qui, tutte le opere di William è impossibile, soprattutto per una necessaria opportunità di sintesi, perché il drammaturgo Shakespeare ci ha lasciato trentasette drammi , divisi tra storici, dell’antichità e umani, e, tra questi non si può non citare Romeo e Giulietta, Amleto, Othello, Macbeth, Re Lear; nonché le commedie tra cui La bisbetica domata, La commedia degli errori, Sogno di una notte di mezza estate, Il mercante di Venezia, Molto rumore per nulla, Le alle gre comari di Windsor, La tempesta, Tutto è bene quel che finisce bene.
Occorre anche accennare a come la creatività di Shakespeare abbia aperto le ali della sua genialità teatrale a quel Riccardo III che delinea con tratti di potenza inaudita, facendolo assurgere a primo grande vero personaggio della tragedia moderna, pur continuando con il suo collaboratore Marlowe a scrivere cronaca dialogata affidata all’unità di un personaggio anziché ad un intreccio.
L’immensa vena artistica di Shakespeare ha sopraffatto la gente di teatro tanto che Goethe, poeta e critico, ha trascorso la vita a studiarlo ed adorarlo, pur dichiarando che l’opera di Shakespeare è troppo vasta per essere contenuta nei limiti della scena, e che la sede più opportuna non è il teatro bensì il libro. Ma Goethe avrebbe avuto torto se avesse inteso disconoscere a Shakespeare le più genuine qualità del drammaturgo. E se uomo di teatro è, per eccellenza, colui che può offrire a tantissimi attori innumerevoli personaggi da incarnare, nessuno al mondo, meglio di Shakespeare, fu autentico scrittore di teatro. Lo stile di William Shakespeare si evidenzia alternando il verso alla prosa, stile in cui, alla moda del tempo, si palesa un eloquio tutto energia e vigore, palpito e fremito. Le sue immagini e le sue definizioni si incidono come nella pietra: dai greci in poi, non s’era conosciuta sulla scena una immagine della parola più portentosa della sua. Inoltre, in lui, poeta del Rinascimento, si riflette la sublime ed eterna indifferenza della Natura alla gioia e al dolore dell’umanità.

Non si finirebbe mai di analizzare l’immensa produzione teatrale di Shakespeare. Possiamo soltanto concludere con un concetto di sintesi: una lunga tra dizione critica è quasi umanamente concorde nell’attribuire alle geniali facoltà di sintesi artistica di cui Shakespeare era dotato il miracolo di aver condotto ad armoniosa fusione la varietà di miti, di temi, di stili, riconoscibile e riconducibile nella produzione dei suoi predecessori e contemporanei. Letterati e studiosi di ogni epoca e di ogni nazione non hanno potuto sottrarsi alla seduzione esercitata dalla sua personalità artistica. Shakespeare ispirò critiche a volte assai dure, urtò anche il gusto di intere epoche storiche, entusiasmò le generazioni romantiche, tanto che nessun successivo movimento di cultura poté mai ignorarlo. Da qui l’impronta perenne di William Shakespeare, vero genio del teatro.
Tonino Cicinelli
Regista e direttore della compagnia teatrale
“Amici del teatro”