Piero della Francesca: La rivoluzione dell’arte

Il re dei pittori, emblema dello spirito rinascimentale

Gli studiosi del Rinascimento amano ricordare una data che non si potrebbe immaginare più simbolica: il 1492, l’anno della scoperta dell’America, lo stesso anno in cui muore Lorenzo il Magnifico, l’uomo degli equilibri politici mondiali, il supremo regolatore della pace e della guerra. Ed è nel 1492 che muore Piero della Francesca: artista incontrastato e indiscusso, considerato l’emblema dello spirito rinascimentale, “il re dei pittori” come lo definiva il grande matematico Luca Pacioli. Si ha un cambiamento radicale del mondo.

Piero della Francesca nasce a Borgo Sansepolcro tra il 1412 e il 1416; è stato senza dubbio uno dei più grandi studiosi d’arte ancor prima di essere artista lui stesso; uomo di scienza, autore di scritti, di studi matematici, economici e politici, cultore della prospettiva, la più grande acquisizione degli artisti rinascimentali, la capacità cioè di misurare lo spazio e di renderlo fruibile e comprensibile a chi guarda. Le opere di Piero della Francesca lo testimoniano: ovviamente non è arrivato da solo a tutto questo.

Se si osserva La Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella a Firenze, che precede di molti anni Piero della Francesca, ci si rende conto di come già Masaccio utilizzasse l’effetto prospettico nelle sue opere. Il punto fondamentale della prospettiva è lo spazio che ci accoglie, ci contiene e ci conforta, ci trasporta ad una condizione di agio, di felicità. Piero sa cogliere questo concetto in un modo molto profondo e sistematico.

Tra le poche opere rimaste, appena una quindicina, la Madonna di Senigallia è di una purezza estrema. Non basta delineare lo spazio: esso va riempito anche con l’aria. Tra la luce del tardo pomeriggio che penetra dalle finestre appare il pulviscolo. Se la testa dell’angelo può essere inserita in un cerchio perfetto, gli oggetti sullo scaffale sembrano già quelli di una pittura moderna.

Se guardiamo una delle opere più importanti di tutta l’arte universale, la cosiddetta Pala Montefeltro che oggi si conserva a Brera, ma commissionata dalla Compagnia del Corpus Domini di Urbino, ci rendiamo conto di cosa significhi una costruzione prospettica. È un sacro incontro della Madonna col bambino all’interno di un tempio di sublime bellezza: la Madonna è olimpica nella sua calma quanto il bimbo con il corallo al collo, simbolo del sangue della Passione, tutti i partecipanti alla conversazione posti a semicerchio a ripetere la curvatura dell’abside, senza parole, hanno tutti gli occhi allineati.

In primo piano, inginocchiato, Federico da Montefeltro duca di Urbino, senza elmo e senza guanti nell’atto di pregare. Lo spazio è attraversato da una luce quasi metafisica che non definisce l’ora del giorno, è di assoluta limpidezza, una luce globale ed organica, una emozione evidente della coscienza di chi percepisce.

Domina su tutto un’architettura prospettica compiuta ed è l’uovo simbolo della perfezione la chiave di tutto: sospeso al centro della cavità absidale in forma di conchiglia scende al di sopra della testa ovoidale della Madonna. L’uovo è ricco di significati simbolici, “ma qui sta ad indicare che nulla è tanto piccolo da non rientrare in una proporzione universale”. Questa è forse l’ultima opera, databile tra il 1472 e il 1474, che Piero realizza prima di perdere la vista e abbandonare la pittura per dedicarsi alla matematica. Quest’opera dimostra la suprema convergenza e identità di esperienza, idea e forma; costituisce il fondamento storico del classicismo universalistico del primo Cinquecento di Bramante e Raffaello.

Giorgio Chiominto
Architetto

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