Poche parole in bocca, pochi pensieri in testa

Il linguaggio nei social è povero come in uno spot pubblicitario. Il così detto analfabetismo di ritorno riguarda la perdita graduale delle competenze di base

Riflettevo sull’importanza delle parole in funzione del pensiero. La mia riflessione riguardava propria mente l’importanza dell’uso delle parole rispetto all’espressione del pensiero. Tullio De Mauro si era soffermato sull’importanza delle parole riguardo la caratterizzazione della società e quanto esse contribuiscano a plasmarla, a crearla, a renderla ciò che è. Noi italiani siamo all’ultimo posto per la comprensione di un testo scritto, cioè leggiamo senza capirne il significato. Leggiamo pochi libri, leggiamo pochi giornali, ci limitiamo alle informazioni che ci vengono restituite dalle elaborazioni delle pagine social fatte da qualcun altro. Spesso non vengono approfondite per la loro veridicità, ovvero viene preso per buono ciò che dicono. Il così detto analfabetismo di ritorno riguarda la perdita graduale delle competenze di base, acquisite quando si andava a scuola ma non più esercitate. Il linguaggio nei social è povero come in uno spot pubblicitario, talvolta immediato e lapidario. L’informatica riduce infatti il linguaggio a cinquanta parole e dopo quelle non se ne conoscono più. Ma la questione, come l’aveva posta Tullio De Mauro, riguarda l’incapacità di pensare oltre quelle cinquanta parole, perché i pensieri “sono proporzionati alle parole che hai” (U. Galimberti).

Se hai poche parole in bocca, hai pochi pensieri in testa. Come si può pensare a qualcosa se non conosco la parola per definirla, descriverla, interpretarla, rielaborarla, eventualmente criticarla e concepire un mio pensiero? Non si tratta solo di non saper argomentare una propria opinione, si tratta di non averla, non concepirla.

Riguarda l’incapacità di sviluppare il “pensiero critico”, quello che oggi nelle Indicazioni nazionali per la scuola (2012), secondo le Raccomandazioni europee, è descritto come “la capacità di analizzare, valutare e interpretare informazioni, idee e argomenti in modo sistematico e riflessivo per formulare giudizi fondati”. È una delle competenze chiave dell’imparare ad imparare che non riguarda l’abilità cognitiva, bensì una abilità per affrontare la vita, per approcciarsi alla quotidianità. Comprendere come si apprende è un processo educativo lungo, che si inizia dall’infanzia e dura tutta la vita. Si è arrivati a non comprendere le bollette, un contratto di lavoro, non saper scrivere in modo chiaro e comprensibile una e-mail. Secondo la docente di pedagogia dell’Università di Milano Lucia Moretti, “senza queste competenze, viene meno anche la capacità di partecipare pienamente alla vita democratica”.

Ma siamo sicuri che vogliono che i nostri studenti siano in grado di imparare ad imparare? Nel 2015 Renzi emanò il Decreto sulla Buona Scuola, sostituendo la parola “conoscenza” con la parola “competenza”. La scuola è buona se crea competenze lavorative. Secondo Valditara la scuola servirebbe ad “addestrare” gli studenti al lavoro, riferendosi alla legge sugli Istituti tecnici. Secondo Save the Children, il 51 % dei quindicenni in Italia è incapace di capire un testo. La stessa percentuale di ragazzi tra i 15 ed i 24 anni non ha mai letto un libro nel corso dell’anno. La scuola sarebbe asservita alla funzionalità lavorativa e non incentrata sull’educazione dei ragazzi. Quindi la scuola, un tempo delegata all’educazione, avrebbe ora la funzione di rendere competenti lavorativamente ragazzi che al contempo sarebbero incapaci di esprimersi correttamente, quindi incapaci di produrre un ragionamento e un pensiero critico. Sembra un racconto di George Orwell. Colin Crouch ha definito la nostra epoca post-democratica, in cui gli uomini vivono nella consapevolezza della crisi delle istituzioni democratiche, considerate inefficienti; sono affascinati dai leader e generano populismi; delegano la gestione della loro libertà, non rendendosi conto che non è semplicemente un affidamento controllato.

La logica finanziaria e del mercato rende indispensabile l’impiego di uomini addestrati a tale logica, non di quelli educati. L’educazione genera pensiero e raziocinio (…) “la libertà intellettuale equivarrebbe alla restaurazione del pensiero individuale, ora assorbito dalla comunicazione e dall’indottrinamento di massa” (H. Marcuse, L’uomo ad una dimensione, 1964). Quindi, non saper leggere equivarrebbe a non saper pensare. E se la comunicazione ad oggi passa dai social che impoveriscono il linguaggio, essa è già pensiero unico, totale, maggioritario, massificante. La scuola dovrebbe evitare tutto questo, invece lo costruisce. Costruisce l’uomo ad una dimensione. Il prezzo della povertà culturale lo pagheremo tutti e per tanto tempo. Non riusciamo a comprendere quanto è importante il diritto della libertà se non siamo educati a pensarlo.

Giuliana Cenci
Dott.ssa in Scienze Storiche
Operatrice antiviolenza
Vicepresidente Associazione “Mariposa”

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