Le relazioni umane sono sempre più provvisorie. I percorsi sono sostituiti dalle esperienze. Siamo in un tempo storico dominato dall’istante
Nella condizione contemporanea, l’uomo è sempre più esposto a una radicale frammentazione dell’esperienza affettiva. Le relazioni umane – amicizie, amori, persino i legami familiari – sembrano oggi caratterizzate da una provvisorietà strutturale che riflette un tempo storico dominato dall’istante. L’eternità, o al meno la durata, è diventata una richiesta silenziosa, spesso inconfessabile, in un mondo che premia la flessibilità e penalizza la fedeltà.
Zygmunt Bauman ha descritto la società liquida come un contesto in cui “nessun legame è destinato a durare” (Bauman, Liquid Love, 2003). L’altro diventa un oggetto consumabile, e la relazione una forma contrattuale a tempo indeterminato ma facilmente revocabile. La promessa – un tempo dimensione essenziale del patto amoroso o amicale – è oggi percepita come un vincolo intollerabile. Si cercano esperienze, non percorsi; connessioni, non intimità; presenze, non preesistenze.

François Hartog, nel concetto di presentismo, mostra come il nostro tempo abbia reciso tanto il legame col passato quanto la proiezione verso il futuro (Hartog, Régimes d’historicité, 2003). Il tempo dell’amore e dell’amicizia è invece, per natura, un tempo lungo, fatto di sedimentazioni e di costruzioni lente. L’assenza di un orizzonte temporale stabile rende i legami effimeri, e la solitudine una condizione strutturale dell’esistenza contemporanea.
Byung-Chul Han, nella sua analisi della società della prestazione, sottolinea come il soggetto moderno, esasperato dalla pressione alla performance e all’autenticità, si trovi costretto a relazionarsi in modalità efficientistiche: “La comunicazione digitale rende i legami più rapidi, ma meno profondi” (L’espulsione dell’altro, 2016). Le relazioni, svuotate di profondità, diventano simili a prodotti: si provano, si valutano, si abbandonano.
In questo contesto, l’idea stessa di eternità appare anacronistica. Eppure, è proprio questa nostalgia di durata – di un “per sempre” che non sia retorico ma esistenziale – a segnalare una crisi. Kierkegaard, in La malattia mortale, scrive che la disperazione nasce dall’essere tagliati fuori dalla dimensione dell’eterno. Per lui, l’eterno non è una questione metafisica, ma il volto del senso: ciò che dà coerenza all’identità e profondità al legame.
Non si tratta, dunque, di tornare ingenuamente a forme relazionali idealizzate, ma di riconoscere che senza durata non vi è incontro autentico. La fedeltà – non come imposizione morale ma come scelta esistenziale – è la forma attraverso cui l’amore e l’amicizia possono diventare luoghi di verità. In un mondo che cambia incessantemente, scegliere di restare è forse l’ultimo atto rivoluzionario.
In definitiva, chiedere “un po’ di eternità” non significa negare il tempo o la contingenza, ma riscoprire la possibilità di un legame che resista alla logica della sostituzione. È un desiderio controcorrente, ma forse anche l’unico capace di salvarci dalla solitudine strutturale in cui la modernità ci ha gettati.
Fabio Appetito