Scenografia coloniale in versione contemporanea. Alla corte della Casa Bianca, capi di Stato di un’area ben precisa dell’Africa centro-occidentale
Tutti in fila per tre, anzi per cinque! Così Trump ha convocato i capi di Stato del Gabon, Guinea-Bissau, Liberia, Mauritania e Senegal. Convocati, tutti intorno a Lui, a parlare a turno, a mostrare la propria deferenza verso colui che si crede il nuovo padrone del mondo e quindi anche dell’Africa. Scenografia coloniale in versione contemporanea. Come un signore medievale, Egli ha ereditato il controllo di feudi in paesi lontani di cui confonde i nomi ed ignora confini geografici e culture. Alla corte della Casa Bianca, capi di Stato di un’area ben precisa dell’Africa centro-occidentale, convocati e prontamente accorsi ad elemosinare protezione e dazi meno sfavorevoli in cambio delle risorse minerarie dei loro paesi.

È il nuovo colonialismo trumpiano, che poi non si discosta tanto da quello delle precedenti amministrazioni USA, solo in forma più smaccata, come nello “stile” del tycoon dal ciuffo biondo. Cinque capi di Stato che rappresentano solo una minuscola parte del continente africano (cinque su cinquantaquattro), ma un segnale alla Cina che su quel continente da anni parte avvantaggiata con una politica più accorta, meno sfacciata e più “intelligente”. Questo il primo messaggio: l’America c’è, ci sono i nostri dazi e le nostre armi da acquistare, dunque regolate vi. Deferenti, i convocati lo ascoltano; se invitati ad esprimere un’opinione lo fanno sommessamente ma vengono interrotti più volte da Trump che mostra meraviglia per la pronuncia inglese del capo di Stato della Liberia a cui chiede dove abbia studiato, non sapendo affatto che in Liberia la lingua ufficiale è proprio la lingua dell’impero, quell’inglese che lui, Trump, biascica volgarmente. A turno i cinque omaggiano il Capo, gli si stringono intorno nelle foto. Il ciuffo biondo mesciato e quella cravatta rossa, assieme al cappellino che di volta in volta veicola messaggi e parole d’ordine, spiccano tra i volti compiacenti e “abbronzati” dei cinque capi di Stato africani.
Uno di essi, quello della Mauritania (Repubblica islamica, 75 % del territorio desertico e una delle popolazioni più povere del mondo) arriva ad offrire a Trump la costruzione di un campo da golf, il quale declina l’offerta (non sia mai: una volta lì, se lo mangiano vivo!). “Shithole countries”, paesi di merda, li aveva definiti l’11 gennaio del 2018, poi qualcuno gli ha parlato di grandi risorse minerarie da sfruttare per gli investitori americani ed allora l’invito a corte. Paesi potenzialmente ricchi, ma devastati da anni di sfruttamento coloniale e da lotte fratricide finanziate con le armi europee. Dei cinque Stati, solo la Guinea-Bissau non rientra nell’elenco dei venticinque paesi africani a cui l’amministrazione statunitense potrebbe imporre un nuovo divieto di accesso, ovvero la sospensione del rilascio dei visti. Il Gabon è il principale produttore mondiale di manganese, poi l’uranio, la bauxite, oltre a petrolio, oro e terre rare. La Guinea-Bissau possiede fosfati, bauxite, petrolio, gas e oro. La Liberia, da parte sua, ha giacimenti di oro e diamanti. Anche la Mauritania possiede minerali di ferro, oro, rame, petrolio e gas naturale. Infine il Senegal possiede giacimenti di petrolio e gas, oro, fosfati e terre rare. Ciò basta a giustificare il fastidio di un incontro con i capi di Stato di questi paesi che, inoltre, verrebbero utili per ospitare una parte degli immigrati da respingere secondo il programma di Trump. Qualcosa che somigli all’Albania, ma senza bisogno di costruire alcuna “struttura di accoglienza” e chi sa, magari anche una nuova terra di deportazione da offrire al suo amico Netanyahu per i palestinesi che si ostinano a morire a Gaza!
Ettore Benforte