Ciak, entra la Corte

Giudici e avvocati nella cinematografia

Nel mio ultimo volume Ciak! Magistrati e avvocati al cinema, edito da La Valle del Tempo, ho analizzato la rappresentazione sul grande schermo di magistrati, avvocatesse e avvocati. Non c’è genere cinematografico che non abbia messo in campo i difensori della Legge. Scolasticamente, possiamo dividere i legal-movie in dei sottogruppi; i court-movie, dove quasi l’intera vicenda si svolge all’interno dell’aula di tribunale, o i film giudiziari, che, a seconda del genere, sono thriller, commedia, dramma, sentimentale o post-noir.

Al di là delle cifre stilistiche, gli avvocati sono rappresentati, per lo più, come dei professionisti senza scrupoli, che si battono per l’interesse del cliente, indipendentemente dal fatto che questi sia colpevole o innocente. Nella quasi totalità dei film, a trionfare non è la giustizia e spesso, grazie all’abilità del difensore, l’imputato, pur essendo colpevole, è assolto. Nel film Non per soldi… ma per denaro, Judie si rivolge a un personaggio della vicenda e commenta: “Conosci Willie: troverebbe una scappatoia nei dieci comandamenti.”

Nello struggente La tenerezza di Gianni Amelio, Elena si reca nello studio del padre e chiede al suo collaboratore se il padre fosse o meno un bravo avvocato. L’uomo esita, ma poi, le risponde: “Le causa le vinceva tutte, poi sa come si dice, si è inguaiato con le mani sue.” Ed Elena, di rimando: “Era un uomo onesto?” La caustica risposta è da incorniciare: “Alla sua maniera, sì. Avvocato e onesto, sono due cose che non tornano.”

Ma il cinema ha mostrato, fortunatamente, anche magistrati, avvocatesse e avvocati che lottano per la difesa di minoranze, si battono contro il razzismo, la violenza sulle donne, i danni causati da multinazionali alla salute dei cittadini, le colpevoli inadempienze delle compagnie assicurative nella tutela dell’assistenza sanitaria e, infine, contro le truffe di istituti di credito a danno di persone economicamente in difficoltà. Un discorso a parte merita la cinematografia nostrana che ha, generalmente, rappresentato, in maniera divertente quello che accade nelle aule dei tribunali. In Altri tempi di Alessandro Blasetti (1952), nell’episodio “Il processo di Frine”, l’avvocato d’ufficio (Vittorio De Sica), grande affabulatore, nella sua mirabile arringa difensiva, grazie a un colpo di scena, riesce a far assolvere l’avvenente Maria Antonia Desiderio (Gina Lollobrigida), accusata di aver avvelenato la suocera. In Buonanotte… avvocato di Giorgio Bianchi (1955), invece, il pubblico ministero, pur essendo convinto della colpevolezza dell’imputato, non avendo a disposizione prove del reato, chiede al giudice che sia assolto per insufficienza di prove. Interviene, allora Alberto Santi (Alberto Sordi), avvocato difensore dell’imputato, che si oppone alla richiesta del pubblico ministero e, rivolgendosi al giudice, chiede la condanna o l’assoluzione con formula piena. La corte si ritira e condanna l’imputato a un anno di reclusione. Dulcis in fundo, ne La cambiale di Camillo Mastrocinque (1959), Totò, un truffatore, è chiamato a testimoniare in aula. Il pretore gli chiede, allora, cosa sia accaduto il 24 maggio. Totò, imbarazzato e titubante, gli chiede se può procedere. Il pretore insiste, e Totò, in un lampo, intona La canzone del Piave, composta da E.A. Mario. Il pretore prova, invano, a fermarlo, ma Totò, ormai preso dal fermento patriottico, canta il brano con tanto trasporto, che, terminata la performance, riceve l’applauso accorato dei presenti in aula.

Ignazio Senatore
Sindacato Critici Cinematografici e Psichiatra.
Direttore Artistico del Festival “I corti sul lettino”
Giornalista e saggista
Collaboratore de Il Corriere del Mezzogiorno / Corriere della Sera

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