Collage della politica nazionale

Tra riforma della giustizia, elezioni regionali e contrapposizioni in Parlamento

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA È passata la riforma costituzionale (alla Camera, in terza lettura), voluta dal governo e dal centrodestra, e che prevede il meccanismo di separazione delle carriere dei magistrati tra funzione giudicante (giudici) e funzione requirente (PM): è passato al termine di un confronto (meglio, scontro) serrato tra maggioranza e opposizione (dove comunque i vari gruppi centristi si sono astenuti o hanno votato a favore) e si è assistito, a mio avviso, ad una eccessiva drammatizzazione rispetto al merito del problema, che da decenni sussiste e che, di per sé, non implica alcun assoggettamento della magistratura requirente (le Procure) al Governo e alla politica.

Da segnalare la netta contrarietà degli organi della Magistratura (ANM in testa) e, di contro, l’adesione altrettanto netta degli organismi dell’Avvocatura, che da anni chiedevano una svolta in tal senso. La separazione delle carriere sussiste in molti Paesi (tra cui Francia e Germania) e non rappresenta di per sé alcun elemento involutivo rispetto all’indipendenza della magistratura, per cui non si giustifica la forte contrapposizione registrata in parlamento nella fase della discussione e approvazione della legge.

La riforma ora passerà per l’ultima votazione al Senato, e non essendo stata raggiunta una maggioranza dei due terzi, sarà necessario un referendum confermativo, e dopo la bagarre parlamentare possiamo già ipotizzare che clima si determinerà nel Paese in occasione della campagna referendaria e del conseguente voto.

ELEZIONI REGIONALI A scaglioni si va al voto, dopo le Marche, dove è stato riconfermato presidente di regione Acquaroli con un ampio margine di voti su Matteo Ricci, anche in Puglia, Calabria, Campania, Toscana e Veneto: il risultato è dato pressoché per scontato un po’ ovunque, con il centrodestra nettamente favorito in Veneto (dove però non c’è ancora un candidato per il dopo Zaia) e anche in Calabria (con l’uscente Occhiuto, malgrado un candidato forte a sinistra come Tridico); senza storia dovrebbero essere i confronti in Campania, dove il governatore De Luca è comunque forte (e non si prescinde da lui) e agevole dovrebbe essere la vittoria di Roberto Fico contro un candidato che al momento nemmeno c’è, in Puglia (Antonio Decaro è considerato fortissimo) e in Toscana (con la riconferma pressoché certa di Giani, contro il sindaco di Pistoia, piuttosto debole).

Nelle regionali le previsioni dicono insomma che si confermano le maggioranze uscenti, a dimostrazione che il potere regionale è molto radicato nel territorio ed è quello che soprattutto interloquisce con i Comuni e gli enti locali. Questo voto ha alcune caratteristiche proprie che coinvolgono i singoli schieramenti: nel centrodestra vedremo quale risposta si saprà dare al post-Zaia, inteso come sistema di governo realmente ramificato e forte; nel centrosinistra vedremo come uscirà dalle urne il campo largo (anzi larghissimo) e anche il confronto tra PD e Movimento 5 Stelle, con quest’ultimo che candida in Campania Fico (con la tutela di De Luca, e sarà interessante vedere come si svolgerà questa specie di coabitazione) e in Calabria l’ex Presidente INPS ed eurodeputato Tridico, che è un nome forte in quella regione.

POLITICA E VIOLENZA Dopo l’attentato mortale a Charlie Kirk, attivista di estrema destra devoto a Trump, tutto il centrodestra, guidato da una attivissima Giorgia Meloni, attacca la sinistra denunciando un clima di violenza, e quest’ultimo accusa invece la destra di fomentare l’odio politico. Diciamo che si tratta di demagogia spicciola, e spiace che da parte della Premier non si punti ad accreditare un’immagine di sé più istituzionale, ricorrendo spesso (troppo) all’invettiva politica più cara a quel cerchio magico ideologizzato, ed anche nostalgico, che rappresenta il nocciolo duro di Fratelli d’Italia. In altri casi la sinistra non rifugge, analogamente, dalla demonizzazione dell’avversario e questo clima, ho l’impressione, sembra destinato a durare, con uno scontro che coinvolge più le frange d’angolo degli schieramenti, e d’altronde le aree più moderate (quelle del cosiddetto centro) non stanno vivendo una fase molto brillante e sono spesso minoritarie nelle varie coalizioni, con un potere di incidenza piuttosto limitato. In tal modo assistiamo a un modello di dialettica politica esasperata, del muro contro muro, che certo non aiuta un’evoluzione moderna e matura della dialettica politica, fondata sulla reciproca legittimazione.

Antonio Belliazzi

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