In ricordo di Stefano Benni
Quando la letteratura diventa compagna di crescita e di vita
Quando penso a La Compagnia dei Celestini mi torna in mente un’immagine semplice: un mattino d’estate, la televisione accesa troppo presto, la luce che filtrava dalle persiane e quella sigla che annunciava l’inizio di un’avventura. Seduto sul divano, con il sonno ancora negli occhi, osservavo i personaggi del cartone animato prendere vita. Memorino, Lucifero, Alì: non erano solo figure disegnate, erano compagni di gioco, fratelli di un mondo parallelo in cui tutto sembrava possibile. A quell’età non conoscevo ancora il libro che stava dietro a quelle immagini. Non sapevo che la fantasia che animava quelle scene era nata dalla penna di Stefano Benni, ma già intuivo che c’era qualcosa di diverso: un respiro più ampio di quello che un semplice cartone poteva offrire.

La Pallastrada non era solo uno sport inventato, era un grido di libertà, un modo per dire che i più piccoli, i più dimenticati, potevano avere voce e dignità. Ci è voluto qualche anno perché scoprissi le pagine de La Compagnia dei Celestini. E fu come incontrare di nuovo quei vecchi amici, ma con una profondità nuova. La televisione mi aveva regalato colori e suoni, il libro invece mi restituiva silenzi, pensieri, poesia. Ogni personaggio era più complesso, ogni avventura più stratificata e, soprattutto, ogni parola portava il marchio inconfondibile di Benni: ironia e malinconia intrecciate, leggerezza e denuncia allo stesso tempo. Leggere Benni significava tuffarsi in un linguaggio che sembrava suonare come una musica. C’era sempre un gioco, una deformazione comica, ma sotto la risata si avvertiva l’amarezza di chi guarda la società e ne vede le storture. I Celestini erano ragazzi, ma rappresentavano tutti gli esclusi, i fragili, i sognatori: figure che in Benni non sono mai semplici personaggi, ma protagonisti di una resistenza gentile.
In ogni libro di Stefano Benni – che fosse i Celestini, Bar Sport, Baol o Saltatempo – si ritrova lo stesso filo: la capacità di immaginare mondi assurdi e fantastici per parlare del nostro mondo con più verità di mille cronache. Non c’è mai moralismo, ma uno sguardo che accoglie i difetti e le follie degli esseri umani con una dolce ironia. I suoi romanzi non sono soltanto narrazioni, ma inviti a leggere la realtà diversamente.
La fantasia non come fuga, ma come strumento per smascherare le ipocrisie, per sopravvivere alle ingiustizie, per ricordarci che la poesia può essere ovunque, persino in un campo polveroso dove dei bambini scalzi rincorrono un pallone immaginario.
E c’è di più: nei suoi libri si trova una lingua che gioca, che inventa, che si piega e si deforma per raccontare l’indicibile. Una lingua che non si limita a descrivere, ma crea. Ed è questo che ho imparato crescendo: che il ricordo di quel cartone non è nostalgia, ma una porta che mi ha condotto a un autore capace di parlare al cuore e alla mente, di ricordarci che dietro ogni storia divertente si nasconde sempre una domanda più seria: che mondo vogliamo costruire? Rivedo ancora quel bambino sul divano, che osservava la fuga dall’orfanotrofio dei Celestini come se fosse la cosa più avventurosa mai accaduta. E oggi, ripensandoci, capisco che non era soltanto un intrattenimento: era un insegnamento, una piccola scintilla che avrebbe accompagnato la mia crescita.
Il lascito di Stefano Benni non si misura soltanto nei libri, ma nei ricordi che ognuno di noi porta con sé: una risata improvvisa leggendo un dialogo surreale, una stretta al cuore di fronte a una descrizione poetica, un pomeriggio passato a rileggere pagine e pagine. I suoi personaggi restano accanto a noi perché incarnano l’umanità fragile, comica e resistente che tutti riconosciamo dentro di noi. E non c’è bisogno di citare grandi numeri di copie vendute o premi letterari. La sua letteratura vive nei dettagli, nelle frasi che restano in mente senza che ce ne accorgiamo, negli sguardi che ci insegna a rivolgere agli altri. Oggi lo saluto così: pensando a quella luce d’estate, alla sigla che entrava nella stanza come un vento leggero, al volto di Memorino che sorrideva nello schermo, e al bambino che ero io, con gli occhi sgranati e il cuore che batteva forte. Grazie, Stefano, per averci insegnato che la fantasia non è un rifugio, ma un’arma dolce; che l’ironia non è evasione, ma coraggio; che i sogni – se li custodiamo bene – diventano realtà possibili. Le tue parole sono come la voce di un amico che non smette di raccontare: continueranno ad accompagnarci, a sorprenderci, a consolarci. Perché i libri veri, quelli che lasciano un segno, non finiscono mai.
Tommaso Guernacci
Docente di Letteratura