Pressioni sociali e aspettative deluse

Il malessere giovanile e la salute mentale

Da mesi le pagine di cronaca nera raccontano soprattutto storie di ragazzi: suicidi, bullismo, aggressioni che a volte degenerano in omicidi. Non è solo un’impressione. La generazione che oggi attraversa l’adolescenza e la prima età adulta si muove sotto una pressione costante: bisogna performare a scuola, essere “interessanti” online, scegliere presto e bene, non sbagliare mai. Quando l’asticella è irraggiungibile, lo scarto tra aspettative e realtà diventa vergogna, e la vergogna diventa ritiro. Il malessere non nasce nel vuoto: è l’esito di fattori individuali, familiari e culturali che si sommano fino a coprire l’intero orizzonte. Ma cosa sta succedendo ai nostri figli?

Sul piano psicologico l’ingiunzione è chiara: essere sempre “in controllo”. Ansia e tristezza – emozioni comuni, persino sane – vengono scambiate per fallimenti personali. La reazione tipica è l’evitamento: smettere di andare, di provare, di esporsi. Nel tempo la vita si restringe e quel restringimento diventa terreno fertile per disturbi d’ansia, depressione e comportamenti a rischio. Dal versante criminologico, l’isolamento prolungato e il sentirsi trattati ingiustamente aumentano la vulnerabilità verso gruppi che offrono identità e appartenenza immediate, talvolta con esiti devianti o violenti.

Anche i contesti fanno la loro parte. La scuola, quando misura solo la prestazione, alimenta il timore di “non essere mai abbastanza”. Le piattaforme digitali, con algoritmi che premiano l’esibizione e la polarizzazione, trasformano la reputazione in un gioco a somma zero: l’errore non insegna, segna. La precarietà economica rende fragili i progetti e spinge a scelte dettate dalla paura più che dal desiderio.

Che cosa possiamo fare, concretamente? Primo: alfabetizzazione emotiva. Dare nome alle emozioni e imparare a tollerarle riduce la pressione a eliminarle. Secondo: ambienti competenti. Docenti e allenatori formati a riconoscere segnali precoci – calo del rendimento, ritiro, irritabilità – possono intervenire in modo leggero prima che i sintomi si consolidino. Terzo: spazi di ascolto accessibili, senza barriere economiche o stigma, con percorsi brevi e verificabili. Quarto: responsabilità delle piattaforme e dei media nel proporre narrazioni realistiche, che normalizzino l’errore e la lentezza.

Alle famiglie serve una bussola semplice: più domande, meno giudizi; più routine condivise, meno ipercontrollo; più curiosità sulle vite online dei figli, meno moralismi. Ai giovani, un invito: cercate adulti affidabili e alleanze tra pari che non si basino sulla performance. Non si tratta di abbassare l’asticella, ma di spostarla: dal “devo riuscire a tutti i costi” al “posso crescere anche se fallisco”.
La salute mentale è un bene comune. Proteggerla significa ridisegnare contesti in cui valgala pen a essere giovani: luoghi dove l’imperfezione è ammessa, il futuro torna pensabile e la dignità non dipende da un voto o da un like.

Virginia Ciaravolo
Psicoterapeuta-Criminologa
Pres. Associazione “Mai più violenza infinita”
Consulente/Docente Polizia di Stato

Una opinione su "Pressioni sociali e aspettative deluse"

  1. Cogli un nodo essenziale: il disagio giovanile non può essere liquidato come fragilità individuale o come “mancanza di carattere”. I ragazzi non stanno male nel vuoto; stanno male dentro contesti che spesso chiedono molto e ascoltano poco.
    Mi sembra particolarmente importante il passaggio dalla colpa alla comprensione. Troppo spesso gli adulti osservano solo il comportamento finale, il ritiro, l’aggressività, l’apatia, la dipendenza dal telefono, il calo scolastico — senza interrogarsi su ciò che lo precede: vergogna, senso di inadeguatezza, paura di fallire, bisogno di appartenenza.
    Non si tratta di giustificare tutto, ma di imparare a leggere i segnali prima che diventino emergenze. Un adolescente che si chiude, che cambia umore, che smette di desiderare, non sta necessariamente “facendo i capricci”: forse sta comunicando con gli strumenti che ha a disposizione.
    Credo che la sfida più grande per gli adulti sia diventare presenze meno giudicanti e più affidabili. Non adulti perfetti, ma adulti capaci di reggere il disagio senza trasformarlo subito in rimprovero, diagnosi o paura.
    La salute mentale dei giovani riguarda tutti, perché racconta anche il tipo di società che stiamo costruendo: una società in cui si può sbagliare, chiedere aiuto e rallentare, oppure una società in cui si vale solo se si performa. E questa differenza, per molti ragazzi, può essere decisiva. Grazie

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