Estremamente attuale il capolavoro di Dino Buzzati:
una fortezza nel deserto in attesa di un nemico che non arriva mai

Compie cinquant’anni Il Deserto dei Tartari, capolavoro di Valerio Zurlini, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati, scritto nel 1940.
La trama è nota. Giovan Battista Drogo (Jacques Perrin), sottotenente di fanteria dell’esercito imperiale, appena ventenne, di prima nomina, è spedito, per errore, alla Fortezza Bastiani, un avamposto del morente impero austro-ungarico, collocato al confine con il deserto dei Tartari. Quando è nei pressi della fortezza, s’imbatte nel capitano Ortiz, che spegne i suoi entusiasmi, e gli comunica che Bastiani è un avamposto morto, che si affaccia sul nulla. Drogo accetta disciplinatamente la destinazione. La guarnigione vive nella febbrile attesa di un eventuale attacco di un fantomatico nemico ma, anno dopo anno, le giornate si susseguono inesorabilmente, l’una eguale all’altra. Drogo comunica al maggiore Mattis che vorrebbe essere trasferito in una fortezza vicina a una città. L’ufficiale gli comunica che sarà sottoposto a visita medica tra quattro mesi e si impegna a esaudire la sua richiesta.
Infine, gli consiglia di procurarsi un certificato medico che attesti una malattia e di non presentare la domanda di trasferimento, perché potrebbe pregiudicare la sua carriera. Drogo si rivolge allora al dottor Rovin, ufficiale medico, che, per aiutarlo, certifica che ha problemi cardiaci e gli comunica che il generale sarà nella fortezza tra quindici giorni e può presentare direttamente a lui la richiesta di trasferimento. Il generale fa visita a Bastiani ma Drogo, cullato dalle rassicuranti abitudini che scandiscono il tempo alla fortezza e animato, come gli altri ufficiali, dalla speranza di una futura gloria in battaglia, non trova il coraggio di chiedere al generale di essere trasferito.
Il tempo scorre immutabile, senza l’ombra di un attacco nemico e, con il passare dei giorni, Drogo è sempre più risucchiato nell’accogliente immobilismo della fortezza.

Proprio quando i soldati della fortezza sono in fermento all’idea di dover respingere l’assalto del nemico, ormai alle porte, uno strano male fiacca lo spirito e il corpo di Drogo, che trascorre le giornate a letto. Ormai invecchiato, stanco e malato, non appena mette piede fuori dalla fortezza, muore, prima dell’inizio della battaglia contro il nemico.
Il film, ambientato quasi completamente nella Fortezza di Bam, nel sud-est dell’Iran ai confini con l’Afghanistan, e distrutta dal terremoto del 2003, è una struggente e amara metafora dell’insensatezza della vita e rimanda, in maniera allegorica, alla vita intesa come vana e inutile attesa di un evento, di un cambiamento che non arriverà mai.
Drogo assurge, quindi, a simbolo di un soggetto che rinuncia alla lotta e accetta, con rassegnazione, il fluire passivo ed immutabile degli eventi.
Eroe tragico, vittima di quel male di vivere, di quel sottile morbo che spegne giorno dopo giorno sogni ed entusiasmi, Drogo si ammala proprio quando il nemico è alle porte della fortezza. Il deserto funge da specchio dell’impoverimento dell’anima del protagonista e diviene la cornice ideale della sua estraneità al mondo.
Per la sua pulizia formale, quest’ultimo film di Zurlini è da considerare tra le opere più ispirate del regista, ed è stato premiato con due David di Donatello: per la miglior regia e come miglior film. Un film di spiazzante attualità, non solo per il valore filosofico ad esso collegato, ma anche perché, vista l’attualità, sembra voler ricordare ai potenti dell’Europa che, invece di destinare denaro per il welfare, la scuola e la sanità pubblica, preferisce soffiare sul fuoco e prefigurare attacchi di immaginari e improbabili nemici.
Ignazio Senatore
Sindacato Critici Cinematografici e Psichiatra.
Direttore Artistico del Festival “I corti sul lettino”
Giornalista e saggista
Collaboratore de Il Corriere del Mezzogiorno / Corriere della Sera